domenica 10 luglio 2011

La morte di Otto d'Asburgo, l'ultimo protagonista del crepuscolo austriaco


CASERTA - Otto d’Asburgo - Lorena (nome completo Franz Josef Otto Robert Maria Anton Karl Max Heinrich Sixtus Xaver Felix Renatus Ludwig Gaetan Pius Ignatius von Habsburg-Lothringen) era nato il 20 novembre 1912 nel piccolo borgo di Reichenau an der Rax, a pochi chilometri da Vienna che ancora era la capitale del secolare, grande e glorioso Impero Austro Ungarico. La sua nascita non destò particolare clamore perché nessuno poteva prevedere che il primogenito dell’Arciduca Carlo e della Arciduchessa Zita di Borbone – Parma, potesse diventare un giorno, nel pieno di una tragica e inutile guerra, erede dell’Impero più antico d’Europa. Suo padre, Carlo, era, nel 1889, il quinto in linea di successione dopo Rodolfo, unico figlio maschio dell’Imperatore Francesco Giuseppe, seguito dal fratello di quest'ultimo, Carlo Ludovico e dagli eredi di questo Arciduchi Francesco Ferdinando e Ottone (padre di Carlo). Poi, uno ad uno, anno dopo anno, si consumò quello che Alan Palmer ha definito il “lungo crepuscolo degli Asburgo”. Fino al 28 giugno 1914 quando due colpi di pistola mandarono all’altro mondo Francesco Ferdinando e Sofia e distrussero la fragile pace europea che durava, con poche minori eccezioni, dal 1870. Così l’Arciduca Carlo, da erede al trono, accoglieva l’Imperatore Francesco Giuseppe a Schönbrunn con sua moglie Zita e il piccolo Ottone. Dalla capitale si decisero le strategie che portarono alla guerra, nel castello dove Francesco Giuseppe era nato e dove sarebbe morto il 21 novembre 1916. 


Il piccolo Otto, a soli 4 anni si ritrovò ad essere l’erede degli Asburgo, una famiglia che aveva contribuito a reggere le sorti dell’Europa dal XIII secolo. Ma i tempi dello splendore erano tramontati. A 8 anni Ottone perse tutto, titoli, onori e perfino la propria patria. L’impero Austro Ungarico fu smembrato per volere delle potenze vincitrici e dell’Austria non rimase altro che una striscia di terra con pochi milioni di abitanti agognanti soltanto alla pace e alla serenità. La rivoluzione partita da lontano, aveva completato il suo piano distruttivo dell’ordine europeo. Gli Asburgo furono spediti in esilio, i Romanov sterminati, gli Hoenzollern sostituiti da una fragile repubblica. La vita di Ottone che, ha lasciato questo mondo il 4 luglio, è stata una vita di passione e di sacrificio, una vita veloce. A due anni erede presuntivo, a quattro anni Arciduca erede al trono, a otto anni esiliato e senza patria, a 10 anni orfano di padre (morto a Madeira) e Capo della Real Casa d’Asburgo. 


Otto d’Asburgo è un esempio raro di servitore e amante del proprio Paese. Non recise mai i rapporti con la sua Patria e, divenuto maggiorenne e completata la sua formazione, continuò a considerare se stesso come il legittimo Imperatore d’Austria – Ungheria. Nonostante questo respinse al mittente le richieste di quanti volevano servirsi della rivoluzione per riportarlo sul trono.

“So molto bene che gran parte della popolazione austriaca mi vorrebbe come successore di mio padre sul trono della nostra famiglia con i tempi che corrono (...) Il popolo austriaco non ha mai dato il pieno favore alla politica della repubblica. Esso è semplicemente rimasto in silenzio, esausto dopo una lunga e sanguinosa lotta ed è stato sorpreso dall'audacia dei rivoluzionari del dopoguerra. Ma non è una rivoluzione che porta alla libertà di un popolo. Ma accetto il mio destino anche se credo che l'ora di ricongiungimento tra me e il mio popolo avverrà presto.”

scrisse nel 1937, alla vigilia dell’Anschlüss, l’annessione dell’Austria al Reich nazista. Proprio i generali di Hitler consideravano Otto d’Asburgo un pericolo per i progetti espansionistici della Grande Germania a tal punto che il nome in codice delle operazioni di occupazione dell’Austria fu “Operation Otto” da mettere in pratica qualora le forze antinaziste austriache avessero restaurato l’erede dell’aquila bicipite. E Otto ricambiò le attenzioni naziste promuovendo la resistenza all’invasore, inviando fondi e garantendo copertura politica ai ricercati. Per questo motivo finì nell’elenco dei massimi ricercati della Gestapo. La guerra lo costrinse alla fuga da Bruxelles e da Parigi. Assieme alla famiglia si recò a Washington nel 1940 e fece rientro in Europa solo 4 anni dopo, quando la sconfitta del Reich fu certa. 


Nella nuova Repubblica Austriaca si aprì il dibattito per un rientro degli Asburgo in Patria. Nel 1961, Otto rinunciò a formali pretese con la firma di un documento che, in una intervista del 2007, definì una “cosa infame”. Una firma infame che accettò perché gli permise di rientrare a casa sua e servire il suo popolo da privato cittadino. Cosa che fece, ottenendo l’ammirazione e il rispetto della sua gente, nonostante si impegnò a non fare politica in Austria. Servì i propri sudditi nel Parlamento Europeo dove venne eletto, nel partito cattolico di Baviera (Csu), che elesse a sua seconda casa, dal 1973 al 2004. Nel corso della sua lunga attività politica propugnò non l’Europa dei burocrati e della tecnocrazia finanziaria ma l’Europa giusta dei popoli. Lavorò e si fece promotore di una confederazione che comprendesse i paesi mitteleuropei e danubiani che, fino al 1918, avevano fatto parte del secolare Impero asburgico. Nel 2007, rinunciò al titolo di capo della Real Casa, “abdicando”, di fatto, in favore del figlio Carlo e si ritirò a vita privata. E’ morto nella sua residenza bavarese, “villa Austria” a Pöcking, sul lago Starnberg. Ancora in corso le complicate e fastose cerimonie funebri. Assecondando il volere popolare nei confronti della figura dello scomparso Arciduca, il governo Austriaco ha sancito 13 giorni di lutto nazionale, ottenendo facilmente dal governo Ungherese la soddisfazione della volontà del defunto di essere sepolto secondo il rito imperiale. Il suo corpo viaggia infatti verso Vienna mentre il suo cuore, chiuso in un’urna funeraria, è stato già trasferito presso l’abbazia benedettina di Pannonhalma dove il 16 luglio si svolgerà la funzione funebre (il giorno seguente la celebrazione dei funerali a Vienna). Cinque, ad essere precisi, sono le cerimonie funebri previste dal cerimoniale dell’Austria Felix, già cominciate con l’esposizione della bara a Pöcking, luogo della morte. Ad avvolgere la bara è la bandiera imperiale gialla e nera e a sorvegliare il defunto Kaiser, le guardie d’onore con stemmi e bandiere dell’Impero che appartengono alle compagnie tirolesi degli Schützen, ai componenti delle associazioni patriottiche “Ostaricia” di Innsbruck e “Maximiliana” di Vienna. L’ultimo viaggio di Ottone proseguirà verso Mariazell, in Stiria, il più antico tra i santuari mariani cui erano votati gli Asburgo dove Otto e sua moglie, la scomparsa (lo scorso anno) Regina di Sassonia – Meiningen


La coppia aveva celebrato nel santuario le nozze d’oro e proprio lì, la bara della moglie sarà affiancata a quella di Otto sul sagrato durante la cerimonia. Insieme, in treno, arriveranno a Vienna dove il 14 luglio il Cardinale Cristoph Schönborn, nel Duomo di Santo Stefano alla presenza di tutte le autorità e i capi di stato stranieri, si svolgerà il solenne funerale al quale seguirà il corteo funebre nel centro di Vienna fino alla cripta imperiale dei Cappuccini, dove sono sepolti 145 membri di Casa d’Austria. Decine di migliaia sono le persone attese al corte. In occasione dei funerali dell’Imperatrice Zita di Borbone – Parma, furono 40mila gli austriaci a seguire la bara. Molti di più, saranno, giovedì, a scendere in piazza per seguire l’ultimo viaggio di Otto. Secondo il cerimoniale, un araldo busserà la porta della cappella e dall’interno un frate Cappuccino chiederà: “Chi vuole entrare?”


L’Araldo risponderà illustrando i titoli del defunto: Otto d’Asburgo, erede al trono d’Austria e d’Ungheria, dei regni di Boemia, Croazia, Dalmazia, Slavonia, Galizia, delle contee di Gorizia e Gradisca...”. Il Cappuccino non aprirà dicendo di non conoscere il defunto. “E’ Otto d’Asburgo, l’erede al trono di Austria e Ungheria” sarà la replica dell’araldo che riceverà un nuovo rifiuto fino a quando, alla terza richiesta risponderà “Otto, un povero peccatore”. Si apriranno così le porte dell’ultima casa terrena di Ottone, ultimo Arciduca d’Austria, l’ultimo uomo ad aver visto e vissuto il crepuscolo degli Asburgo.

Roberto Della Rocca




Per ricordare Otto d'Asburgo vi segnaliamo la sua ultima intervista, rilascita a Club3 rintracciabile al sito:


Da riportare anche il bel quadro tracciato da Giordano Bruno Guerri su ilGiornale.it circa il confronto tra Asburgo e Savoia:

Federazione dei partiti meridionalisti, auguri di buon lavoro alle forze politiche che si incontreranno a Bari il 14 luglio

Alcuni rappresentanti dei partiti che si incontreranno a Bari


L'Istituto di ricerche storiche “Due Sicilie” e l'associazione culturale “Capitano de Mollot” plaudono alla iniziativa che vedrà il 14 luglio prossimo, a Bari, l'incontro tra componenti meridionaliste di così elevata caratura: Noi Sud, Io Sud, Forza del Sud e Partito Tradizionale Popolare. La speranza è che da questo vertice possa venir fuori un itinerario politico comune da percorrere e da condividere come è negli auspici di tutti i meridionali che vogliono procurare il riscatto della propria identità. Tante volte, in passato, è stato teorizzato una qualcosa del genere ma mai concretamente si è riusciti a trovare una fruttuosa sintesi. Speriamo vivamente che questa volta ci si riesca. Per cui ancora un caloroso plauso ed un invito a proseguire su questa strada che è l'unica che può consentire di guardare al futuro del meridione con un approccio positivo e propositivo. Da parte nostra, che seguiamo con molta attenzione questo ennesimo processo, vanno i più fervidi auguri di buon lavoro agli organizzatori.

Il presidente Giovanni Salemi e il direttivo tutto dell'Istituto di ricerche storiche “Due Sicilie” e dell'associazione culturale “Capitano de Mollot”.


Per leggere la notizia clicca al link:
http://partitotradizionalpopolare.myblog.it/

lunedì 4 luglio 2011

Il sarchiapone del mese/ Gianni Minoli e Cavour, l'insigne statista che ci ha "donato" una Patria

Il Sarchiapone del mese di giugno va a Gianni Minoli!

CASERTA - Per assegnare il Sarchiapone del mese di giugno la scelta è stata più ardua e ragionata. A concorrere al premio che ogni mese assegniamo, sono stati fino all'ultimo la neo eletta Miss Padania Jessica Brugali, che aveva sparato ai piccioni allarmata dalla decisione degli organizzatori di aprire il nordico consesso di belle figliuole anche alle ragazze del Sud (ovviamente definite terrone), l'esimio Presidente della commissione nazionale cultura di Confindustria, Alessandro Laterza, che aveva detto basta col borboneggiare che viene dal Sud, il neo Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, per gli scivoloni dei cinque giorni e per la foto col sacchetto di munnezza in mano scattata da Oliviero Toscani (ottimo per il Sindaco il consiglio di Pier Luigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, di farsi un consigliere per le questioni di comunicazione in modo da evitare nuovi scivoloni!), e, in ultimo, il vincitore al fotofinish, Gianni Minoli. Non è colpa nostra, non ce l'abbiamo con i torinesi per partito preso, ma Gianni Minoli ha visto la luce proprio a Torino il 26 maggio 1945, ed è un notissimo giornalista e conduttore televisivo (figlio diletto di mamma Rai, ovviamente) che non fece molta fatica a mettersi in bella mostra. E non fu solo la professionalità a portarlo ai massimi della carriera ma anche la vicinanza al Circolo Craxi, l'entourage del leader socialista, che, negli anni della lottizzazione della penisola, gli valse la guida di Mixer, trasmissione di approfondimento giornalistico andata in onda su Rai 2. Sfuggito alla mannaia calata sui figliastri del leader socialista all'indomani di Tangentopoli ottenne, nel pieno della bufera, la direzione della rete che abbandonò nel 1994 per far spazio al nuovo che stava avanzando. Ricavatosi il suo spazio nel comparto cultura alla fine degli anni Novanta tornò in auge e collezionò successi televisivi, incarichi e premi prestigiosi. E' stato direttore di Rai 3, direttore dei canali Rai Storia e Rai Scuola, direttore di Rai Cultura e, in vista dei 150 anni, il Consiglio di Amministrazione della Tv di Stato lo ha scelto come coordinatore della struttura che si occupa del passaggio televisivo dei festeggiamenti. Ha scritto, voluto e lanciato sulle reti da lui dirette, oltre a Mixer anche Blitz e Quelli della notte (come autore), Elisir, La Grande Storia e Maastricht Italia (messi in palinsesto su Rai 3 all'epoca della direzione), due fiction meridionali, Un posto al Sole (Napoli) e Agrodolce (Sicilia), oltre alla trasmissione che tutt'ora scrive e conduce: La storia siamo noi che gli è valso il Premio Ilaria Alpi nel 2003, il Premio Regia Televisiva nel 2005 e il Premio Ischia come miglior giornalista. Programma che oggi gli vale il Sarchiapone del Mese, premio satirico che l'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie gli assegna per la puntata andata in onda agli inizi di giugno dedicata alla memoria dell'illustre Camillo Benso Conte di Cavour


Una puntata nella quale si tesse un elogio stomachevole del personaggio, come annuncia già il breve scritto introduttivo della puntata disponibile su internet al sito della trasmissione: “Cavour, lo statista, l’uomo politico abile e spregiudicato che ci ha dato una Patria, il vero artefice dell’unità d’Italia. La sua storia umana e politica, una storia che si snoda attraverso le tappe fondamentali di un’Italia finalmente unita”. Azz, meno male che c’è Minoli che ci ricorda questi momenti fondamentali. E non solo lui. Il Sarchiapone va diviso, pari merito, con tutti quelli che sono intervenuti nel corso della trasmissione per contribuire al rivoltamento delle budella. Vediamo una parte di questi commenti introduttivi al racconto delle gesta di Cavour: 

“Cavour è stato un grande. A Cavour dobbiamo l’unificazione nazionale. A Cavour dobbiamo la libertà del Paese. A Cavour dobbiamo la creazione di uno stato moderno” - Carlo Ghisalberti, storico. 


“Cavour cambiando l’Italia, cambia completamente la mappa dell’Europa” - Lucy Riall, storica. 


“Grandissimo giocatore della politica” - (quasi in lacrime durante una vetta lirica sproporzionata e fuori luogo) Giorgio Dell’Arti, giornalista. 


“Il miglior liberale espresso dalla cultura politica liberale italiana dell’otto e del novecento complessivamente direi” - Alberto Mario Banti, storico 


Ultimo a proferir parola, lui, l’immancabile e inimitabile, Sarchiapone a vita ad honorem, il Cazzulliere mascarato, Aldo Cazzullo, giornalista del Corrierone nazionale che sancisce: “Cavour è lo statista che ci ha dato una Patria, e forse è l’uomo politico più intelligente che abbiamo mai avuto”. E se lo ha detto Cazzullo. Stiamo freschi! 

A rileggerci al prossimo Sarchiapone!


P.S. Ai suddetti signori mi permetto di consigliare di colmare le evidenti lacune in fatto di risorgimento. Giusto per non mancare in una risposta breve a Carlo Ghisalberti mi permetto di dire che le bombe di Vittorio Emanuele II su Genova e Palermo, quelle di Cialdini su Gaeta, quelle di Bava Beccaris su Milano non erano meno bombe di quelle lanciate da Ferdinando II contro i rivoluzionari (e fece pure bene!) a Palermo. Quindi, quale libertà ha portato Cavour? E dove? Ma veramente è convinto che l'Italia fosse nel 1861 un paese moderno? Io dubito che anche oggi, nel 2011, l'Italia sia un paese moderno. E poi, siamo sicuri che la modernità è sempre un bene? E siamo sicuri che la modernità di Cavour fosse un bene?

A Giorgio Dell'Arti chiederei: ma lo sa che il grandissimo e bellissimo gioco di Cavour è costato delle vite umane? Migliaia di vite umane. Mi ricorda Mussolini che voleva qualche migliaio di morti da mettere sul tavolo della pace! Per la serie, tutto pur di raggiungere lo scopo.

Ad Aldo Cazzullo consiglierei un buon medico ma visto che si parla di intelliggenza di Cavour mi basta citare la denuncia dell'onorevole Polsinelli, deputato liberale di Frosinone, nemico dei Borbone che lamentò la folle politica economica del governo Cavour che portò alla chiusura delle fabbriche tessili del Liri e al licenziamenti di migliaia di operai. Cavour, dall'alto della sua innata intelligenza, di fronte ai dubbi di Polsinelli rispose: "A me risulta che con la nuova politica del Governo i traffici al porto di Genova sono aumentati". L'intelligente politico proferì queste parole il 25 maggio 1861 alla Camera. Fu il suo ultimo giorno alla Camera di Torino. Morì il 6 giugno facendo felici gli operi della valle del Liri (e non solo). Morì troppo tardi, aggiungo io.

Roberto Della Rocca

L'opera di Delassus/4: La Massoneria francese durante il Secondo Impero

Henri Delassus

NAPOLI - Concludiamo quest'oggi, la pubblicazione di una serie di estratti del saggio storico-politico sulle massonerie tratti dall'opera "Il problema dell'ora presente", un classico della letteratura controrivoluzionaria francese scritto da Henry Delassus. Il lavoro dell'autore d'oltralpe ebbe una enorme eco in ambiente cattolico e laico sia in Francia sia in Europa per la lucidità delle analisi,per la dettagliata descrizione della genesi del fenomeno rivoluzionario anticristiano nelle varie epoche dall'ancient regime fino alla terza repubblica francese e per la volontà di smascherare i piani sovvertitori dell'ordine naturale della società d'oltralpe da parte di elites politiche sempre più secolarizzate. 

A.C.

La Massoneria e il Secondo Impero 



Il moto rivoluzionario del 48 era prematuro. La reazione ch'esso produsse nella pubblica opinione, in Francia e nei diversi paesi dell'Europa, fece comprendere alla framassoneria che, mantenere la Repubblica fra noi, avrebbe fatto retrocedere l'opera sua negli altri Stati. Essa dunque decise di sostituire alla Repubblica una dittatura ed elesse, perchè ne fosse il titolare, un uomo legato ad essa da terribili giuramenti, che avrà cura più tardi di fargli ricordare: il carbonaro Luigi Napoleone Bonaparte. Si può vedere nell'opera di Deschamps e Claudio Jannet (t. II. pp. 315 a 324), in quali guise questa dittatura fu preparata e patrocinata dalla massoneria internazionale e particolarmente da un suo gran capo, Lord Palmerston, e come la setta che tanto si era adoperata per limitare il potere di Luigi XVIII e di Carlo X, si prestò a stabilire una vera autocrazia. (1) 

Intanto, salendo al trono, Napoleone III avea compreso, o almeno parve avesse compreso, dove era riposta la salute della Francia, e quello che esigeva l'interesse della sua dinastia. Egli avea detto delle belle e buone parole, avea dato al clero delle soddisfazioni, ma nessuna di quelle che accennassero a colpire le conquiste della Rivoluzione sopra la Chiesa. Fu per questo che avendo domandato a Pio IX di venire a consacrarlo, il Papa avea risposto: "Ben volentieri, ma a patto che siano abrogati gli articoli organici". Napoleone preferì rinunciare alla consacrazione. 

Nell'opera che avea precedentemente pubblicato sotto il titolo: Idées napoléoniennes, L. Napoleone avea messo a nudo il fondo de' suoi pensieri. "Gli uomini grandi, hanno questo di comune colla divinità, ch'essi non muoiono mai interamente; sopravvive il loro spirito, e l'idea napoleonica è uscita fuori dalla tomba di Sant'Elena nelle stessa guisa che la morale del Vangelo sorse trionfante malgrado il supplizio del Calvario ... Napoleone, comparendo sulla scena del mondo, vide che la sua missione era quella di farsi l'esecutore testamentario della Rivoluzione ... Egli stabilì in Francia e introdusse dovunque in Europa i principali beneficii della grande crisi dell'89 ... L'imperatore dev'essere considerato come il Messia delle nuove idee". (2) 

Nuove idee, nuovo Vangelo, nuovo Messia, nessun'altra parola può meglio rivelare quello che la Rivoluzione vuol introdurre nel mondo, e quello di cui Napoleone III, dopo Napoleone I, si è costituito fedele esecutore. Egli fu più dissimulatore, ma non meno risoluto del suo cugino, il quale, al Senato, il 25 febbraio 1862, faceva sue queste parole di Thiers nel 1845: "Intendete bene ciò ch'io penso. Io sono del partito della Rivoluzione, tanto in Francia che in Europa. Mi auguro che il governo della Rivoluzione resti in mano dei moderati; ma quando questo governo passerà nelle mani d'uomini ardenti, fossero pure i radicali, non abbandonerò per questo la mia causa; io sarò sempre del partito della Rivoluzione". 

La tradizione continua. 

Nell'occasione del centenario del Codice civile, il principe Vittorio Napoleone scrisse ad Alberto Vandal una lettera in cui disse: "Si celebra il centenario del Codice che compendia l'opera sociale della Rivoluzione francese ne' suoi dati fondamentali, l'emancipazione delle persone e dei beni ..." Gli uomini del 1789 aveano proclamato i principii del nuovo ordine sociale. Esso s'impadronì di questi principii; diede loro una forma netta e precisa; ne fece il monumento legislativo che l'Europa salutò più tardi col nome di Codice napoleonico. Il Codice napoleonico ha consacrato in Francia le dottrine del 1789. Egli le portò assai al di là delle nostre frontiere". 

Napoleone I ha sempre, come si vede, degli eredi del suo pensiero e dell'opera sua. Come Napoleone III, come il principe Girolamo, il principe Vittorio lo ha ricevuto in deposito e ne è il custode fedele. 


Fin dal primo giorno Napoleone III mostrò ch'egli era effettivamente l'uomo della Rivoluzione, quegli che si credeva o si dava la missione "di radicarla in Francia e d'introdurla dovunque in Europa ". Appena le truppe francesi aveano aperte a Pio IX le porte di Roma, scrisse ad Edgar Ney: "Io riassumo così il ristabilimento del potere temporale del Papa: amnistia generale, secolarizzazione dell'amministrazione, Codice napoleonico e Governo liberale". Amnistia generale, era un nuovo premio d'incoraggiamento dato a' suoi F... carbonari; secolarizzazione dell'amministrazione, era la laicizzazione senza altri limiti che l'annientamento assoluto del potere ecclesiastico;(3) Codice napoleonico significava: distruzione dell'antica proprietà ed abolizione d'una legislazione a cui presiedevano il nome e l'autorità di Dio; Governo liberale, Napoleone nol voleva per sè, e pretendeva imporlo al Papa. 

La massoneria voleva anche di più. L'attentato di Orsini venne a ricordarglielo; ed egli dovette mostrarsi fedele a' suoi giuramenti. Si fece dunque un dovere di compiere quello che la prima Repubblica, poi il primo Impero aveano tentato: 

la distruzione del potete temporale dei Papi. È nota questa deplorevole storia: l'imperatore, preso fra gl'interessi evidenti della Francia e della sua dinastia, e la brama di farsi, dietro l'esempio dello zio, l'esecutore testamentario della Rivoluzione, andava innanzi, indietro, giuocava a doppio giuoco, l'uno officiale per mezzo de' suoi ministri e ambasciatori, l'altro per mezzo d'una diplomazia occulta, i cui agenti erano presi dalle società segrete.(4) Lo scopo è raggiunto. Da ben trentacinque anni l'Italia è una, il potere temporale non è che un ricordo o un'ombra. Non preveniamo i consigli della Provvidenza; noi non sappiamo se, quando, e come ella renderà al Sommo Pontificato i suoi mezzi d'azione ordinari e necessari nell'ordine regolare delle cose; ma la setta si tiene omai sicura che tutto è finito. E se essa vuole un cambiamento in ciò che ha fatto, gli è che il regime attuale dell'Italia si trasformi in Repubblica. Unendosi alla Repubblica sorella di Francia, alla Repubblica spagnuola che sorgerà nel giorno e nell'ora fissata dalla massoneria, e senza dubbio ad altre ancora, essa contribuirà a formare il nucleo della Repubblica universale, o della massoneria che governa apertamente il mondo da un punto all'altro dell'universo. 

Tutta la politica estera di Napoleone III fu ispirata e diretta dalla volontà di liberare l'Italia e di compiere il suo giuramento di carbonaro. Egli avea fatto per essa la guerra del 1859, senza riuscire ad attuare intieramente il suo programma. Vide nel conflitto austro-prussiano il mezzo di liberare la Venezia, e fu questo il motivo unico della sua segreta collaborazione ai cinici progetti di Bismarck. "L'Imperatore l'ha aiutato - scrisse Emilio Ollivier - non per debolezza, nè per raggiro, ma con piena cognizione di causa. Liberamente egli ha contribuito alla sua fortuna, come a quella di Cavour. Egli vedeva in lui lo strumento provvidenziale pel cui mezzo si compirebbe la liberazione d'Italia". Allorchè giunse a Parigi, il 3 luglio 1866, la nuova della vittoria riportata dai Prussiani a Sadowa sull'esercito austriaco, vittoria che sì duramente colpiva la potenza francese, i ministri insistettero perchè si mobilizzasse l'esercito, e l'imperatore assentì dapprima ai loro desiderii; ma il principe Napoleone intervenne il 14 luglio e fece pervenire all'imperatore una nota nella quale si diceva: "Quelli che sognano che l'imperatore abbia il cómpito di far trionfare colla forza la reazione e il clericalismo europeo, devono spingerlo ad un'alleanza coll'Austria e ad una guerra contro la Prussia; ma quelli che veggono in Napoleone III, non il moderatore contro la Rivoluzione, ma bensì il suo capo illuminato, costoro sarebbero ben inquieti il giorno ch`egli entrasse in una politica, la quale sarebbe la rovina della vera grandezza e della gloria di Napoleone III". Napoleone si arrese ai consigli dei cugino.(5) 

La guerra del 1870 non ebbe altro scopo nei disegni della setta; la Gazette d'Augsbourg (Augusta) ne diede questa spiegazione: "Sui campi di battaglia del Reno non abbiamo soltanto combattuto contro la Francia, ma altresì contro Roma, che tiene schiavo il mondo; noi abbiamo tirato sul clero cattolico".(6) 

Rovesciare il trono pontificio, favorire il trionfo del protestantesimo in Europa era molto certamente, ma non bastava per appagare le esigenze della setta. Napoleone III chiese a Rouland, ministro dell'istruzione pubblica e dei culti, di stendere per suo uso un piano di campagna contro la Chiesa di Francia. Questo piano, trovato nei cassetti dell'imperatore nel 1870, gli era stato consegnato nell'aprile 1860. 

Esso porta questo titolo significativo: Mémoire sur la politique à suivre vis-à-vis de l'Eglise. Comincia col dimandare se bisogna "cangiar sistema di punto in bianco: espellere le congregazioni religiose, modificare la legge sull'insegnamento, applicare rigorosamente gli articoli organici".(7) No. "Bisogna arrivarvi a poco a poco e senza strepito". Chi non riconoscerà in questa frase l'accorgimento della setta che diede ai Gambetta ed ai Ferry questa parola d'ordine: "A passo lento, ma sicuro" ? Sono adunque ben ciechi coloro che, in questa persistenza di continui sforzi durante un secolo e più, si rifiutano ancora di vedere la mano d'un potere sempre vivo ed operoso, e che, nelle attuali ostilità, non trovano altra ragione che rappresaglie da prendersi contro coloro i quali, senza cospirare contro il regime repubblicano, non hanno per la repubblica massonica che una relativa ammirazione.(8) 

Il Mémoire addita come un pericolo "la credenza dell'episcopato e dei clero nell'infallibilità del Papa", "lo sviluppo delle conferenze di S. Vincenzo de' Paoli e delle società di S. Francesco Regis", "i progressi delle congregazioni religiose dedicate all'insegnamento popolare". 

"Egli è impossibile all'elemento laico - dice a questo proposito Rouland - di lottare su questo terreno contro l'insegnamento religioso che, in realtà o in apparenza, offrirà sempre alle famiglie maggiori garanzie di moralità e di abnegazione". E un po' più avanti: "La nostra influenza ne scapiterebbe assai rispetto al suffragio universale, se tutto l'insegnamento primario cadesse nelle mani delle congregazioni". Come sono eloquenti queste due frasi! 

Il piano fu tosto messo in esecuzione. 

Da prima la società di S. Vincenzo de' Paoli. - Il ministro dell'interno avvisò i prefetti de' suoi "intrighi tenebrosi", e volle sottomettere il consiglio centrale, i consigli provinciali e le conferenze locali, all'autorizzazione del Governo. La società preferì la morte alla degradazione, e cadde come dovea cadere. Dio ne la ricompensò più tardi col farla rivivere. 

Poi venne la legge del 1850 sulla libertà d'insegnamento. 

Rouland dice nel suo Mémoire ch'essa è un "gran male" ma che volerla sopprimere, susciterebbe "una lotta immensa, accanita": parole che dimostrano come perseguitando la religione, tutti questi uomini dei Governo massonico sanno di offendere il sentimento pubblico. Non potendo sopprimere la libertà d'insegnamento, il Governo imperiale lo attaccò astutamente con decreti amministrativi. 

Le congregazioni. - Rouland consigliava di non tollerar più alcun nuovo stabilimento diretto da religiosi, d'essere severo per le congregazioni femminili, e di non più approvare se non con molta difficoltà i doni e legati che fossero fatti agli uni o alle altre. 

Il clero secolare. - Si cerca ogni via di seminare la zizzania nel campo della Chiesa, opponendo gl'interessi del clero inferiore a quelli dell'Episcopato. "Niente sarebbe più saggio e giusto insieme ~ dice Rouland - che aumentare l'assegno del clero inferiore". Ma, nel tempo stesso, domanda che si susciti "una reazione antireligiosa che eserciti l'ufficio di polizia sulle colpe del clero e formi intorno ad esso un cerchio di resistenza e di opposizione che lo comprima". Per ciò che concerne i vescovi, Rouland avea dettato questo modo di agire: "Scegliere risolutamente a vescovi uomini pii, onorevoli (non si dice punto: istruiti e di fermo carattere), ma noti per il loro attaccamento sincero all'imperatore e alle istituzioni della Francia ..., senza che il Nunzio vi abbia nulla a vedere". E per mettere in atto il progetto, si cessa d'invitare ogni cinque anni, come si usava, gli arcivescovi e vescovi a designare confidenzialmente gli ecclesiastici che credono i più degni di promozione all'episcopato; si vieta inoltre ai vescovi di riunirsi. Sette fra arcivescovi e vescovi avendo creduto di poter firmare una risposta collettiva pubblicata nel Monde sulla necessità di tener presenti al tempo delle elezioni gl'interessi della Chiesa, Rouland scrisse loro che con quell'atto essi han tenuto una specie di concilio particolare, senza riguardo agli articoli organici, e li citò dinanzi al Consiglio dì Stato. 

Il pensiero dell'imperatore e de' suoi cortigiani andò più oltre. Venne il momento in cui pensarono ad una rottura con Roma. 

Un prelato che passava allora per assai devoto alla dinastia, Mons. Thibault, vescovo di Montpellier, fu chiamato a Parigi. Il ministro dei culti cominciò ad ingannare il povero vescovo ed a biasimare l'ostilità dei Pie, dei Gerbet, dei Salinis, dei Plantier, dei Dupanloup contro la politica del Governo francese. Poi Napoleone lo ricevette in udienza privata. Il sovrano gli spiegò che si trattava di salvare la Chiesa di Francia e di opporre una diga ai progressi dell'irreligione. Il prelato promise di consacrarsi all'opera che si aspettava da lui e prese l'impegno di far rifiorire "le tradizioni e le dottrine di Bossuet". 

Ma appena Mons. Thibault era uscito dalle Tuileries, la sua coscienza lo rimproverò d'aver dato l'assenso a ciò che non era altro che un progetto di scisma. Immediatamente, ordina al cocchiere di condurlo dall'arcivescovo di Parigi. Era allora il cardinal Morlot che occupava la sede di S. Dionigi. "Eminenza - disse Mons. Thibault - io sono un gran colpevole. Ho accettato dall'imperatore la missione di favorire la rottura della Chiesa di Francia colla Santa Sede ...". Queste ultime parole spiravano sulle labbra del prelato, quando all'improvviso Mons. Morlot vede il suo interlocutore impallidire e cadere al suolo. Mons. Thibault era morto. 

Nel medesimo tempo che per ogni via si cercava di umiliare la Chiesa, s'incoraggiava apertamente la framassoneria. Essa viene riconosciuta ufficialmente dal ministro dell'interno, duca di Persigny; e il principe Murat, inaugurando le sue funzioni di Grande Maestro, disse francamente: "L'avvenire della massoneria non è più dubbio. L'èra novella le sarà propizia. Noi riprendiamo l'opera nostra sotto felici auspicii. È venuto il momento che la massoneria deve mostrare ciò che è, ciò che vuole, ciò che può". 

Viene il Sillabo che dà l'elenco degli errori contemporanei. Il ministro dei culti si permette di portarvi il suo giudizio, e lo comunica ai vescovi. Scrive loro che "il Sillabo è contrario ai principii sui quali riposa la costituzione dell'Impero". Per conseguenza proibisce di pubblicarlo. 

Rouland dice dalla tribuna, e si grida fin nei villaggi, che il Sillabo "impedisce il cammino alla civiltà moderna". Sicuramente alla civiltà del Rinascimento, della Riforma e della Rivoluzione. Si lascia dire e si fa dire che "o la Chiesa modificherà la sua dottrina, o la Chiesa perirà"; questo ultimatum è fatto lanciare dal Siècle. Ma la Chiesa, immutata nella sua dottrina, vive sempre, e l'Impero è caduto. 

È inutile di prolungare questa rassegna e di parlare della lega dell'insegnamento, incaricata di preparare la scuola neutra, dei collegi femminili, della direzione impressa alla stampa, della composizione delle biblioteche popolari, delle bettole e delle case di perdizione moltiplicate dovunque, mezzi tutti destinati a strappare l'anima del popolo all'impero della religione. 

Tutto questo prepara la Comune che formulerà così la sua prima legge: "Art. I. La Chiesa è separata dallo Stato. Art. II. È soppresso il bilancio dei culti. Art. III. I beni appartenenti alle congregazioni religiose mobili ed immobili sono dichiarati proprietà nazionale. Art. IV. Un'inchiesta sarà fatta immediatamente su questi beni per constatarne il valore e porli a disposizione della nazione". Come sanzione (di questa legge) vennero le fucilate. 

È il programma che si realizza oggidì da un governo che sembra regolare. 

La setta si serve egualmente dei governi regolari ed irregolari, dei legittimi e dei rivoluzionari per compiere i suoi disegni. Il rapido esame che abbiamo fatto degli eventi che seguirono dal Concordato all'Assemblea nazionale del 1871, deve convincere tutti i nostri lettori. 


Note al capitolo 18: 

(1) Abbiamo parlato del convegno tenuto a Strasburgo nel 1847. Nel 1852 si tenne a Parigi un altro convegno, dei capi delle società segrete europee. Vi furono decretate la dittatura, sotto il nome d'impero, nella persona di Luigi Napoleone e la rivoluzione italiana. Mazzini, allora sotto il colpo d'una condanna a morte pronunciata contro di lui in Francia, non volle recarvisi che col salvacondotto firmato da Luigi Napoleone stesso. Tre membri solamente del gran convegno persistettero con lui a chiedere lo stabilimento d'una repubblica democratica. Ma la grande maggioranza pensò che una dittatura farebbe meglio gli affari della Rivoluzione e l'impero fu decretato. 

Il 15 ottobre 1852 dieci mesi dopo il colpo di stato del 2 dicembre e sei settimane prima della proclamazione dell'impero, il Consiglio del Gran Maestro del Grand'Oriente votò un indirizzo a Luigi Napoleone che terminava così: "La framassoneria vi manda un saluto; non arrestatevi a mezzo d'una carriera sì bella; assicurate la felicità di tutti ponendo sulla vostra nobile fronte la corona imperiale; accettate i nostri omaggi e permetteteci di far udire il grido dei nostri cuori: Viva l'Imperatore!". 

(2) Œuvres de Napoléon III, t. I. Tre anni fa, l'erede dei Napoleonidi diceva in un manifesto: "Voi conoscete le mie idee. Io credo opportuno oggi di precisarle per i miei amici. Ricordatevi che voi siete i difensori della Rivoluzione del 1789. Napoleone, secondo la sua propria espressione, ha purificata la Rivoluzione .. : egli ne ha fortemente conservato i principii". 

(3) Secondo i rilievi stabiliti allora dal Fr. de Corcelles, vi erano nell'amministrazione degli Stati pontifici, 6836 funzionari laici contro 289 ecclesiastici, compresivi 179 cappellani di prigione e annessi al Vicariato di Roma. Gli ufficiali dell'esercito non figuravano in questo quadro comparativo. 

(4) Nel settembre 1896, il Correspondant pubblicò sotto il titolo: Un ami de Napoléon III, le comte Arese, dei documenti inediti sulle relazioni intime che esistevano durante il secondo impero tra il carbonaro coronato e il settario italiano. Tra questi documenti havvi una lettera che rivela tutta l'ipocrisia da lui usata nella questione romana. Mentre i suoi ministri prodigavano dichiarazioni atte a rassicurare i cattolici francesi, egli teneva col conte Arese delle conversazioni che quest'ultimo riassumeva come segue in una lettera al conte Pasolini: "Addormentate il Papa; lasciateci avere la convinzione che voi non lo assalirete, ed io non chiedo nulla di meglio che di andarmene (di ritirare le truppe da Roma). Dopo, voi farete ciò che vorrete". 

Questa frase attribuita all'imperatore dal suo amico Arese, non richiama alla memoria il motto di Mons. Pie: "Lavati le mani, o Pilato!" 

(5) Il Journal de Bruxelles riferì le parole pronunciate in quell'epoca dal principe Girolamo in un pranzo in casa di Girardin: 

"È giunta l'ora in cui la bandiera della Rivoluzione, quella dell'Impero, dev'essere largamente spiegata. 

"Qual è il programma di questa Rivoluzione? 

"È in primo luogo la lotta ingaggiata contro il cattolicismo, lotta che bisogna proseguire e terminare; è la costituzione delle grandi Unità nazionali sulle rovine degli Stati artificiali e dei trattati che fondarono questi Stati; è la democrazia trionfante, che ha per fondamento il suffragio universale, ma che ha bisogno, per un secolo, d'essere diretta dalle forti mani dei Cesari; è la Francia imperiale all'apice di questa situazione europea; è la guerra, una lunga guerra, come strumento di questa politica. 

"Ecco il programma e la bandiera. 

"Ora, il primo ostacolo da superare, è l'Austria. L'Austria è il più potente appoggio dell'influenza cattolica nel mondo; essa rappresenta la forma federativa opposta al principio delle nazionalità unitarie; essa vuol far trionfare a Vienna, a Pest e a Francfort, le istituzioni opposte alla democrazia; è l'ultimo riparo del cattolicismo e della feudalità; è mestieri dunque abbatterla e schiacciarla. 

"L'opera fu incominciata nel 1859, oggi deve compiersi. 

"La Francia imperiale deve dunque rimanere la nemica dell'Austria; essa dev'essere l'amica e il sostegno della Prussia, la patria del gran Lutero e che assale l'Austria colle sue idee e colle sue armi; essa deve sostenere l'Italia che è il centro attuale della Rivoluzione nel mondo, aspettando che la Francia lo divenga, e che ha la missione di rovesciare il cattolicismo a Roma, come la Prussia ha per missione di distruggerlo a Vienna. 

"Noi dobbiamo essere gli alleati della Prussia e dell'Italia, e i nostri eserciti saranno impegnati nella lotta prima di due mesi". 

(6) Extraits cités dans la Politique prussienne, par un Allemand anonyme, pp. 133-134. 

(7) È il metodo seguito ancora al presente; il che ben dimostra che é sempre la medesima potenza occulta che lo dirige, ieri come oggi. (8) V. fra gli altri, la Démocratie chrétienne, mars 1900.

domenica 3 luglio 2011

DOCUMENTI/ L'autodifesa del Principe di Canosa


Su segnalazione del compatriota Andrea Casiere, pubblichiamo l'autodifesa del Principe di Canosa, Antonio Capece Minutolo, personaggio controverso della nostra storia. Buona lettura.


NAPOLI - Nato a Napoli nel 1768, Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, compie severi studi di filosofia al Collegio Nazareno di Roma. Intraprende quindi la carriera forense. Nella sua qualità di esponente primo della Deputazione, esordisce in politica in momenti calamitosi per i Borboni, rifugiatisi in Sicilia, dopo la sconfitta subita ad opera dei francesi. Senza mai venir meno al più schietto lealismo, è tra i più accesi fautori dell'idea organica dello Stato, lontano da ogni servilismo nei confronti del sovrano e da ogni soperchieria nei confronti del popolo.
Per difendere l'autorità legittima, accetta di ricoprire l'ingrata carica di Ministro di Polizia. La sua intransigenza nei confronti di Massoni e Liberali, lo mette in cattiva luce presso gli stessi circoli politici legittimisti. E' costretto a lasciare incarichi di governo a Napoli; compie viaggi in tutta Italia, stringendo rapporti con esponenti della cultura e della politica di parte controrivoluzionaria. E' fra i più attivi divulgatori delle idee reazionarie, e collabora alle più prestigiose pubblicazioni che allora le propugnavano (La Voce dalla Ragione, L'Amico della Gioventù, La Voce della Verità, etc.). Per due volte, l'Austria stronca due suoi tentativi di costituire corpi di volontari armati contro la rivoluzione, nel Ducato di Modena e negli Stati Pontifici (1836). Stabilitosi a Pesaro e allontanatesi definitivamente dalla politica, muore nel 1838.
I passi che seguono, raccolti sotto il titolo — di nostra scelta — Autodifesa di un legittimista "scomodo", sono tratti dalla Epistola, ovvero Riflessioni critiche sulla moderna "Storia del reame di Napoli" del Generale Pietro Colletta (1834).

***

IL PRINCIPE DI CANOSA
Autodifesa di un legittimista scomodo

Sono plebeo per genio perché sono cattolico romano per convincimento. Non ho mai corbellato il popolo dandogli ad intendere (come praticano, per ingannarlo, i demagoghi) che esso era il sovrano di diritto; che potea far tutto ciò che gli gradiva, che sarebbe stato ricco ed eguale a' più gran signori dopo la rivoluzione, con tutte quelle altre minchionature ed inganni, che verso il popolo usano i falsi liberali: l'ho per altro amato di cuore; l'ho soccorso quando ho potuto, e con tutti quei mezzi che poteano essere alla mia disposizione.

Egli dice (ha inizio qui una delle feroci tirate con cui il Canosa, nel libro da cui abbiamo tratto queste pagine, intende confutare le accuse calunniose mossegli dal Colletta nella sua Storia del Reame di Napoli, N.d.C.) che venne a me promesso il ministero di polizia nel caso fosse stato Napoli nuovamente del legittimo Re. Dunque ignorava il somaraccio che il Re Ferdinando IV pieno di buon senso, non volea sapere nulla delle novità rivoluzionarie, ed era in quell'epoca nella piena risoluzione di tutto volere restituire ad pristinum? Troppo inoltre conoscendo l'ottimo Ferdinando quale, pel pubblico, molestissimo magistrato era quello della polizia (se non cade in mano di un angelo incarnato) era di lui pensiero in Sicilia non volerlo in Napoli installare, ma fare che le cose rimanessero com'erano prima che da Napoli si partisse, quando comandava il Duca d'Ascoli.

Argomento tortissimo di quanto asserisco è che in Sicilia trovandosi il Re, e correndo tempi pericolosissimi (i francesi in Napoli, gl'inglesi e giacobini in Sicilia e molti tra finti emigrati ancora), non volle ciò non ostante mai decidersi tormentare i sudditi suoi colla pesante, molestissima istituzione della polizia. Lasciò quindi i capitani come si trovavano, ciascuno comandando il dipartimento proprio per quanto quell'antica istituzione sicula fosse alquanto imperfetta.

Ferdinando IV, ripeterò mille volte, pieno di buon senso, era tanto avverso alle rivoluzionarie novità, e tanto ne conoscea l'interno male, ed i pessimi risultamenti per la monarchia legittima (e di fatto tutto era istituito per la repubblica e le monarchie militari rivoluzionarie), che, con saggio avvedimento e con fina politica, fece brugiare per mano del carnefice pagina per pagina, quel codice napoleonico, che in taluni regni legittimi trovasi in pieno vigore, o perché taluni che governano sono ignoranti, ovvero perché, nel servire in apparenza la legittimità, cercano in sostanza servire la rivoluzione. Dunque l'idea di eleggere un ministero di polizia non entrò in capo giammai a Ferdinando IV, quindi potea molto meno prometterlo al Principe di Canosa.

Più io fui sempre, per grazia di Dio, un galantuomo. Le calunnie, il convocio, gli schiamazzi de' falsi liberali contro me non saranno mai capaci di altro che di rendere più gigantesca la mia opinione, non che presso i legittimisti, ma presso gl'indifferenti, ed i veri liberali che mi rendono giustizia abbenché di sentimenti diversi. Se dunque io sono un galantuomo, e se nessuno mi nega qualche talento e perspicacia, può credermi quando dico, che, conoscendo che il ministero di polizia, non essere mestiere di galantuomo non lo avrei desiderato giammai ne' accettato tampoco.

Reduce dalle Spagne lo accettai, ma perché supposi che se non avrei potuto fare il bene, avrei impedito molti mali: fino in fatti da Milano, trovandomi nel teatro della Scala reduce dalla Spagna nel 1815, sentendo leggere certe gazzette, mi avvidi delle trame de' rivoluzionarii, i quali, colla pelle dell'agnello sul dorso, stavano organizzando una nuova rivoluzione che non era conosciuta che dagli uomini di sopraffino intendimento. Da quell'istante in poi me ne confermai sempre più, e lo andava ripetendo al Re tanto che al marchese di Circello. Mi guardava dirlo soltanto a Medici e Tommasi, come mi guarderei leggere un pezzo di Vangelo al Muftì in Marocco, giacché la mia lettura sarebbe inutile per convertirlo, e sicura per farmi impalare.

Per tale ragione dunque soltanto accettai una carica, la quale se sapea disimpegnarla, se ne avvide per tre anni Saliceti, ma mi era assolutamente antipatica, e non per il mio modo di pensare.

Io immaginava poter impedire una nuova rivoluzione nel mio paese che vedeva nascere, e pargoleggiare fra tutti quegli asini liberali, e quindi salvare la patria mia da quel flagello straniero, che puranco prevedeva.

E ci sarei riuscito felicissimamente, se tutti gli strumenti dell'orchestra suonato avessero d'accordo. Come però andare innanzi con Medici e Tommasi, puerilmente invasati di filosofia, d'illuminismo, di novità, che supponevano che per chiudere le piaghe non eravi rimedio più adatto delle cantaridi e butirro d'antimonio!!!

Il Re Ferdinando era ottimo, e il buon senso di lui lo facea essere tutto d'accordo con me. Egli però mi conoscea poco, mentre avea ogni fiducia e tutta l'opinione in que' due defunti scimmioni ricamati.

Non aveva per me che l'ottimo signor marchese di Circello. Ciò che vedeva io, esso pure vedeva; che se quel signore non erasi consumato sopra i libri, aveva però una grande esperienza, ed una pratica di mondo estesa e profonda, si potea dire di lui ciò che di Platone dicea il Dottore Africano: Rem vidit causam nescivit. Come que' medici di buon senso che hanno studiato poco, e veduti molti ammalati, il prognostico di lui era sicuro. Per il maggior vantaggio per la causa della legittimità, il marchese di Circello era conosciuto e ben veduto dal Re N. S. Uniti dunque si potea fare moltissimo (quante volte tali discorsi con quel venerando patrizio si fecero nel 1821!): come tirare innanzi però quando al marchese mancava ciò che si chiama vigore!! Ecco perciò che spesso rimanea solo esposto al fuoco granellato ed alle mine (iacobinico more) de' due RR. PP. della Patria de Medici e Tommasi che avevano preso tutto l'ascendente sopra l'ottimo monarca!

Vedendo io dunque che la rivoluzione progrediva, e che io non avendo forze da impedirla, andava a fare la figura o dell'asino o del traditore (dopo aver tutto rassegnato a S. M. per ben tre volte in iscritto, e molte più a voce non curando essere chiamato fanatico, testa calda, allarmista) non volendo, dicea, farmi rompere il bicchiere nelle mani rinunciai una carica che, ripeto, sapea disimpegnarla, ma mi era antipatica.

Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa

venerdì 1 luglio 2011

"Sbarco a Marsala, mandi rinforzi e vapori", in un telegramma la richiesta d'aiuto di Castelcicala


NAPOLI - All'indomani della guerra di annessione condotta dal regno Sardo in Lombardia nel 1859 ed in seguito all'instaurazione dei governi dittatoriali filo - sabaudi nei ducati di Modena e Parma,in Romagna e nel Granducato di Toscana in flagrante violazione del trattato di Villafranca e del diritto delle genti, il Regno delle Due Sicilie visse gli ultimi mesi di vita sotto la pressione calzante di eventi che repentinamente posero le basi per il processo di unificazione politica dell'Italia e di annichilimento delle precedenti istituzioni preunitarie. In questo contesto avvenne l'impresa dei Mille in Sicilia e nel napoletano propongo ai lettori un importante documento storico:il messaggio di allarme inoltrato dal luogotenente generale del Re Francesco II in Sicilia il Principe di Castelcicala al governo napoletano rinvenibile tra le carte dell'Archivio Borbone. E’ attestata in tale documento la repentinità con il quale il governo borbonico fu informato dello sbarco del generale Garibaldi, anche se non è specificata (come è nella natura di un breve messaggio telegrafico) la portata storica sovversiva dell'evento e neanche la gravità della situazione sociale e politica che si era venuta a creare sull'isola (si fa semplicemente ed unicamente richiesta da parte delle autorità locali di un aumento dei rinforzi militari). Buona lettura. 

Andrea Casiere 

Portici, 11 maggio 1860, presentissima il Principe di Castelcicala a S.M. il Re(N.S.) (parte cifrata) sbarco eseguito a marsala - mandi rinforzi e vapori - Palermo 11 maggio, le ore 2 pom. da Reggio le 6 pom. - L'ufficiale telegrafico Giuseppe Filiola. 

(scheda 63 archivio borbone b.1154-1 f.614)

CRONACHE ROMANE: La Girandola di San Pietro


ROMA - Ogni anno, in occasione della festività dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, si teneva nello splendido scenario di Castel Sant'Angelo, la cosiddetta Girandola di Castel Sant'Angelo (o Girandola di San Pietro). La manifestazione nacque nell'anno 1481 per celebrare in modo grandioso il pontificato di Papa Sisto IV e lo spettacolo dei fuochi artificiali alla fortezza pontificia si è ripetuto fino al 1861 quando Pio IX, visto l'avanzare trionfante della rivoluzione italiana, capì che non c'era più niente da festeggiare. La "delicatezza" del Risorgimento pose fine, dunque, ad una tradizione durata oltre 300 anni. Il silenzio è calato su Castel Sant'Angelo fino allo scorso anno quando il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha voluto riprendere questa antica tradizione. La Girandola era uno degli appuntamenti europei per eccellenza e da tutto il vecchio continente erano migliaia quelli che viaggiavano per assistere allo spettacolo. Uno spettacolo che oggi rivive. Sia lo scorso anno che questo ho avuto la possibilità di essere presente e di godermi lo spettacolo. Condivido con voi alcune immagini scattate in occasione della Girandola e vi invito ad essere presenti il prossimo anno. Questa edizione è stata particolarmente sentita perchè dedicata ai 60 anni dell'ordinazione sacerdotale di Sua Santità Benedetto XVI. Per lo spettacolo della girandola erano impiegati oltre 100 tra fuochisti e manovali. Oggi le moderne tecnologie fanno sì che solo 18 tecnici ed un progettista sono in grado di assicurare oltre 30 minuti di splendidi fuochi artificiali.

r.d.r.




































Il cielo