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mercoledì 15 marzo 2017

CIVITELLA DEL TRONTO NON TI ABBANDONEREMO MAI: 47° INCONTRO TRADIZIONALISTA DI CIVITELLA DEL TRONTO

Civitella del Tronto in questi giorni mostra le ferite di un territorio colpito prima dal sisma, poi da calamità naturali (neve e frane del terreno) alle quali si è aggiunta la mancanza di acqua e luce elettrica per più tempo.  Abbiamo pregato e siamo stati solidali con l’amministrazione comunale che si è prodigata oltre ogni immaginabile aspettativa per il bene della Comunità Politica e Sociale.  Quest’anno, perciò, il nostro ritorno a Civitella del Tronto assume il maggiore significato di una presenza fisica che vuole testimoniare la volontà di non abbandonare per nessun motivo al mondo una terra che è per noi sacra. Sulla sua piazzaforte nell’inverno del 1860 – 61 si consumò l’ultima battaglia della Tradizione contro la Modernità, proprio come in Spagna lo stesso fenomeno si verificò a Montejurra.   
Civitella del Tronto: non ti abbandoneremo mai. Con questa volontà, la S. V. Ill.ma è invitata a partecipare al 47° Incontro Tradizionalista di Civitella del Tronto nei giorni di Sabato 18 e Domenica 19 marzo 2017.



Sabato 18 marzo 2017.
L’Incontro si aprirà Sabato alle ore 16 con il Convegno di Studi presso la Sala Polivalente di Palazzo Rosati messa gentilmente a nostra disposizione dall’Amministrazione Comunale. In apertura del Convegno sarà commemorato l’editore di Controcorrente, Pietro Golia, recentemente scomparso. A seguire, presentazione del pamphlet edito per il 47° Incontro Tradizionalista dall’Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella: Opinioni del Morning – Post intorno all’esercito Napolitano, del generale Antonio Ulloa, a cura del suo presidente onorario dott. Giuseppe Catenacci. 
Il convegno, sotto la presidenza del prof. Paolo Caucci von Saucken, affronta il seguente tema: 
Le conseguenze del protestantesimo e l’attualità della tradizione a cinquecento anni dalle tesi di Lutero ed a cento anni dalla nascita di Elias de Tejada. Civitella del Tronto quale simbolo della resistenza di un mondo legato alla Tradizione. 
con il seguente o.d.g.:
Prof. Miguel Ayuso, Dalla Cristianità al Carlismo nell’opera di Elías de Tejada.
Dott. Edoardo Vitale. La militanza antiprotestante di Napoli nella visione di Elías de Tejada.
Prof. Giovanni Turco, Soggettivismo religioso e soggettivismo politico. Le conseguenze del protestantesimo.
Prof. Gianandrea de Antonellis, Indagine tra i prodromi del modernismo: il Sinodo di Pistoia. 
Dott. Giovanni Salemi, Per la memoria storica del nostro antico Paese contro l’oblio.
Dott. Pasquale Sallusto, Civitella del Tronto, l’ultimo assedio.
Dott. Francesco Maurizio Di Giovine, presentazione delle seguenti novità editoriali:
  • Ernesto il disingannato;
  • A Civitella del Tronto con i soldati del Re.
  • Carlo di Borbone.

Al termine del Convegno ci sarà la cena comunitaria presso l’Hotel Zunica.

Domenica 19 marzo 2017.
A causa della inagibilità della Fortezza, il programma abituale subirà le seguenti modifiche:
Ore 10,00 Celebrazione della Santa Messa  in memoria dei Martiri della tradizione presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Ore 11,00 Concentrazione dei partecipanti all’Incontro il Piazza Filippi Pepe per portare, in corteo, la corona di Alloro sul monumento a Matteo Wade a ricordo dei Caduti di Civitella del Tronto.
Ore 11,30 Commemorazione del sacrificio di Matteo Wade che sarà tenuta dal dott. Fernando Riccardi.
Ore 13,00 Pranzo dell’arrivederci presso i ristoranti di Civitella.

SISTEMAZIONE ALBERGHIERA
Hotel Zunica, Tel. 0861/91319 – fax 0861/918150
Camera singola: €. 55; doppia €. 70; tripla €. 90; quadrupla €. 100
Hotel Fortezza, Tel. 0861/91321 – fax 0861/918221
Camera singola: €. 40,00; doppia €. 50,00; tripla €. 60,00; quadrupla €. 70,00



Con l’augurio di incontrarvi numerosi a Civitella del Tronto, porgiamo i più cordiali saluti.

martedì 2 dicembre 2014

Le grandi personalità della tradizione civile napoletana GIACINTO DE SIVO

In occasione del Convegno "Giacinto de' Sivo: storico letterato politico" organizzato dal nostro Istituto per ricordare il II centenario della nascita dello storico, pubblichiamo un bellissimo articolo del compianto prof. Gabriele Marzocco.

Giacinto de'Sivo


Le grandi personalità della tradizione civile napoletana
GIACINTO DE SIVO


Napoli è stata grande fin quando ha avuto una Monarchia rispettosa delle tradizioni e delle leggi patrie. Fra alterne vicende, la Monarchia ha retto il Sud d'Italia dal 1130 al 1860; quella sabauda, alleata delle forze liberal-borghesi, che aveva annesso il Sud al Piemonte, declassando Napoli da capitale a capoluogo di provincia, non poteva certo essere considerata dai Napoletani una monarchia legittima.
Giacinto de' Sivo (Maddaloni 1814  Roma 1867) è stato uno dei testimoni più lucidi di queste vicende. Autore di tragedie storiche, redattore del giornale La Tragicommedia (uscito nella  Napoli occupata dai Piemontesi e fatto chiudere dopo pochi numeri), pubblicò dopo il 1861 importanti opuscoli e la sua opera maggiore, Storia del Regno delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che dimostra una chiarezza di analisi e un grande rigore morale.
De' Sivo denunzia come il dramma di Napoli non sia iniziato tanto con lo sbarco di Garibaldi a Marsala, quanto con la concessione, anzi con la rimessa in vigore della Costituzione liberale, da parte di Francesco II, il 25 giugno 1860. La Costituzione fu vista come una resa della monarchia e come un'arma in mano ai traditori filopiemontesi. Fatale, del resto, era stata la svolta assolutistica di Ferdinando IV, con l'abolizione dei Sedili, risoluzione che aveva eliminato ogni rappresentanza ai vari ceti della nazione.
La Costituzione del 1860 consegnò il potere nella mani dei liberal-borghesi, che stavano dalla parte degli invasori garibaldino-piemontesi e operavano attivamente per la fine dell'indipendenza napoletana. La "libertà di stampa", proclamata dalla Costituzione, diede la stura ad una miriade di giornali unitari, cavurriani, garibaldini, mazziniani. I fedeli alla causa napoletana non avevano ancora capito l'importanza della battaglia delle idee. Pur tuttavia sorse anche un gran numero di giornali cattolici e legittimisti, L'Aurora, La Croce Rossa, l'Unità Cattolica, Il Flavio Gioia, L'Equatore, molti dei quali furono perseguitati e costretti a ultimare le pubblicazioni per la repressione operata dai nuovi governanti.
Nel giugno 1861 esce La Tragicommedia, giornale diretto da Giacinto de' Sivo, con il quale lo storico napoletano esprime il dolore per la perduta indipendenza ed esalta il clima insurrezionale che si respira in tutto il Sud: «Il Nigra (il luogotenente che aveva definito brigantaggio la lotta in corso) denigra i Napoletani; e per averne egli subissato, dichiara a sua difesa la nostra corruzione e ignoranza [...]. E una schiera di re, nati re, potentissimi e sublimi, né in cinquant'anni incarcerarono mai quanti il Nigra carcerava in tre mesi, né fucilarono nessuno senza giudizio, né osarono nella loro onnipotenza insultare con un gesto l'ultimo de' sudditi loro». Di fronte allo smantellamento di tutte le istituzioni dello Stato napoletano, de' Sivo denunzia: «Oh sventurati Napolitani, per farci italiani abbiamo disfatta la società e siamo discesi alla condizione delle belve», ricordando un passato in cui fiorivano «la ricchezza, la pace, le leggi, le arti, i costumi e la religione». Significativo questo brano di un suo articolo: «Questo popolo amava la pompa del trono, e voi, dopo aver abbattuto il trono, avete messo un Nigra! La parola regno empiva le bocche de' contadini, e voi l'obbligate a dire provincia... Il contadino nominava il re dopo Dio; e voi avete permesso vituperi sulla regia sventura. Il contadino amava il suo vescovo, il curato, il ricco benestante che lo soccorreva nei suoi bisogni; e voi avete Gli articoli de La Tragicommedia erano ispirati alla dottrina monarchica, che si oppone alla rivoluzione, senza accettare compromessi: «Lo spirito rivoluzionario scalza per demolire, non conosce differenza tra il bene e il male». Il quarto numero del giornale non poté essere stampato perché fu sequestrato direttamente in tipografia: nella "rigenerata" Napoli non c'era posto per de' Sivo, che fu costretto ad andarsene in esilio a Roma.
De' Sivo ha le idee chiare; sa che dietro questi avvenimenti c'è il progetto perverso delle sette massoniche, magari in lotta fra loro, ma unite dall'odio per la verità e l'ordine naturale delle cose. Esse pretendono di rappresentare la nazione italiana (che non esiste, essendo l'Italia un mosaico di popoli, uniti dalla fede cattolica, ma divisi politicamente); sbandierando bei paroloni, come Libertà, Fraternità, Uguaglianza, Unità, Indipendenza, in realtà hanno lo scopo di «subissare le nazioni e derubarle, e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi». De' Sivo scrive che la massoneria «tende a cassare la religione, va promettendo libertà, e mentisce; perché un popolò senza Dio, anziché essere libero, neanche può essere sociale, se non ha despota che lo corregga. La libertà e la religione vanno insieme: fiacchi questa, distruggi quella».
Giacinto de' Sivo ha combattuto per tutta la vita, usando la penna come un'arma, per denunciare i nemici della nazione napoletana, esaltando una monarchia che, rispettando la Chiesa e la tradizione, aveva reso grande Napoli, facendola amare e rispettare in Europa.

Gabriele Marzocco


Il Re di Napoli, gennaio 2008, numero 1, pag. 4


l'articolo di Marzocco

venerdì 28 novembre 2014

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

Quella prima domenica d¹Avvento del 1969Š

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 95/14 del 28 novembre 2014, San Giacomo della Marca

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

A partire dalla prima domenica d’Avvento del 1969 Paolo VI impose il Novus Ordo Missae in sostituzione della Messa Romana. 
Sull’argomento: Michel Louis Guérard des Lauriers, “Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, dei cardinali Ottaviani e Bacci” 



Da 1600 anni, di Mario Taglioni

Ci piacerebbe certamente molto iniziare il nostro scritto così: era il Pontificato di Marcellino, durante la grande persecuzione di Diocleziano, e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri.
Potremmo farlo; potremmo farlo perché se nessun documento d’archivio ce lo conferma, nessuno ce lo contesta. Ma noi, moderni, anche se non modernisti, noi che non abbiamo mai mitizzato nulla e nemmeno gli archivi, ma che siamo stati sempre rispettosissimi di tutto ciò che ne fosse degno, e quindi anche degli archivi, non cominceremo così. Ma poiché negli archivi, e ce lo conferma uno studioso quale lo Jungmann, si trovano documenti che pure qualcosa di assai valido dicono, a questi documenti ci atterremo, e dall’epoca a cui questi documenti risalgono, partirà il nostro scritto.
Siamo dunque agli albori del V secolo; è papa S. Innocenzo I, ed è imperatore romano d’Occidente Onorio; è l’epoca in cui Alarico e i Visigoti occupano e saccheggiano Roma e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri
Siamo alla metà del secolo; è pontefice S. Leone Magno; Attila, flagellum Dei, già battuto dal romano Ezio, irrompe di nuovo su Roma fermato solamente, questa seconda volta, dalla mano del Santo Pontefice e la Messa romana era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo quasi alla fine del secolo. E’ pontefice S. Simplicio. Cade l’Impero Romano d’Occidente; si chiude un periodo storico che è intrecciato in maniera non districabile con la storia stessa della umana civiltà e la Messa romana da almeno cento anni era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo nel primo quarto del VI secolo. E’ pontefice S. Giovanni I. S. Benedetto fonda Montecassino. Regge l’Italia l’ariano Teodorico: è un’epoca di lotta ed anche di persecuzione. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo agli inizi del VII secolo. Non troppo lontano dal Mediterraneo, e, quindi, da Roma, è nato Maometto. Occupano l’Italia i Longobardi e siede sul trono di Pietro l’intrepido S. Gregorio Magno. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo nel primo quarto dell’VIII secolo. Nella Chiesa i primi demitizzatori, gli Iconoclasti, infuriano guidati da Leone, imperatore di Oriente, che crede “... così di rendere più civile il suo popolo, di rafforzare l’unità e di avvicinarsi con scaltra politica all’impero mussulmano”. Ma la Messa romana è la stessa di sempre.
E’ la notte di Natale dell’800. Risorge, o sorge sotto altra forma, con l’incoronazione di Carlo Magno da parte di S. Leone III papa, l’impero di Occidente e la Messa romana, sempre uguale a se stessa, in nulla cambia.
La metà del IX secolo è superata da poco più di 15 anni. Siede sul trono di Pietro, S. Nicolò I il Grande. Fozio, dall’Oriente, fa sorgere il più importante o, addirittura, il primo vero scisma. Ma anche ora la Messa romana resta integralmente la stessa.
Siamo alla fine del secolo IX, epoca tragica per la Chiesa, con papi incapaci e indegni come Formoso, Bonifacio VI e Stefano VI. Ma la Messa romana resta immutata.
Ci avviciniamo a quell’anno Mille in cui tanti credevano che l’universo sarebbe crollato ed è pontefice Giovanni XV, tutt’altro che eroe, pastore inetto se non vogliamo definirlo vile. Malgrado tale pontefice, malgrado tale epoca, la Messa romana non cambia.
Siamo intorno alla metà dell’XI secolo e, con il divino eterno miracolo della Sua stessa esistenza, la Chiesa va da un papa bambino, indegno ed ignorante, quale Benedetto IX, al santo Brunone di Nordgau, pontefice con il nome di Leone IX e ad Ildebrando di Soana, pontefice con un nome evocatore di grandi pagine di Storia: Gregorio VII. E la Messa romana resta sempre identica a se stessa.
Siamo alla fine dell’XI secolo. “Levatevi, volgete le vostre spade intrise di sangue fraterno contro i nemici della Fede cristiana... Dio lo vuole!”. Così parla ai Crociati Urbano II papa. Il 15 luglio del 1099 cade Gerusalemme. E la Messa romana non cambia.
Passano 75 anni. E’ l’età di Federico Barbarossa e di Alessandro III papa, della Lega Lombarda, del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano: sul Carroccio un sacerdote celebra durante la battaglia; su quel Carroccio sventola un drappo tutto bianco completamente traversato da una Croce rossa sul cui braccio orizzontale campeggia la parola latina Libertas. Non è simbolo di partito, è bandiera di guerra di un esercito schierato in sanguinosa battaglia, senza compromessi, senza patteggiamenti; ed anche allora, in mezzo a lotte e devastazioni, la Messa romana resta quella di sempre.
E’ l’età di Valdo e di Francesco d’Assisi, tutti e due alfieri della povertà cristiana, l’uno ribelle ed eretico, l’altro rispettoso dell’autorità, nella più rigida ortodossia. E’ l’età di Francesco e di Domenico, quasi coetanei, uno italiano l’altro spagnolo, fondatori in quei giorni, dei loro Ordini, Ordini così differenti fra loro, così identici nella meta ultima ricercata, così determinanti ambedue nella storia della Chiesa e di tutta l’umana civiltà. E la Messa romana resta immutata.
Passano meno di cento anni da Francesco e da Domenico. E’ l’età di Dante e siede sul trono di Pietro Bonifacio VIII. Fervono le lotte tra Guelfi e Ghibellini. Avviene la celebrazione del primo Giubileo. La Messa romana resta la stessa.
E giunge la lunga cattività babilonese, il lungo esilio in Avignone che si protrarrà per un secolo. Giunge l’infiammata parola di Caterina a Gregorio XI: sii arboro fruttifero, sii homo virile. Ma anche durante quell’amaro lunghissimo secolo la Messa romana non cambia.
Siamo alla fine del primo quarto del XV secolo. E’ pontefice un Colonna, Martino V, il papa che riportò definitivamente la Sede di Pietro in Roma, in un borgo chiamato Roma, in una Roma che, per la verità, più quasi non esisteva, né negli abitanti, né nei suoi gloriosi monumenti, e nemmeno nelle sue antichissime, sacrosante ma fatiscenti basiliche; quel Martino V che vide la gloria di Giovanna d’Arco e morì pochi mesi appena prima di dover assistere allo scempio spirituale e fisico che della santa Pulzella fece un tribunale ecclesiastico composto di altissimi Dignitari. Ma la Messa romana rimaneva quella dei secoli lontani e quella che rimarrà nei secoli futuri.
Siamo nella seconda metà del XV secolo, epoca gravida di grandi eventi. Il 29 maggio dei 1453 l’ultimo imperatore romano, l’imperatore d’Oriente Costantino, cade da eroe combattendo contro l’Islam e con lui cade Costantinopoli e cessa l’ultima vestigia diretta di quello che fu l’Impero di Roma; il 2 gennaio 1492, con la caduta di Granada, gli Spagnoli, compiendo la loro unità nazionale, liberano l’ultimo lembo dell’Europa occidentale da quello stesso Islam che, quarant’anni prima, aveva messo piede da Oriente in Europa. E la Messa romana non cambia.
E’ il periodo di transizione tra il XV ed il XVI secolo. E’ l’epoca che viene, quasi come uno stretto confine, assegnata al passaggio tra l’evo medio e l’evo moderno. E’ l’ora in cui la divina Provvidenza permette, con Alessandro VI, “ ... che divenisse rappresentante di Cristo sulla terra un uomo che la Chiesa antica, per la vita scostumata, non avrebbe ammesso agli infimi gradi del Clero”, è l’ora in cui, per la Chiesa romana, “cominciano i giorni dell’obbrobrio e dello scandalo”, è l’ora in cui, incoraggiata, permessa o soltanto tollerata, avverrà la “vendita delle indulgenze”, e l’ora in cui Colombo, varcando l’Oceano, pianta la Croce di Cristo Re su un nuovo mondo ed è anche l’ora in cui esplode il grande scisma del mondo germanico, e Lutero, mentre indica, come prima muraglia da abbattere per colpire la Chiesa di Roma, la distinzione netta tra laici e preti, nega che la Messa sia un sacrificio. Ma la Messa romana non cambia.
Passano pochi anni e Roma, non ancora risorta, malgrado l’opera dei sommi artisti dell’epoca, dallo sfacelo materiale in cui era caduta nel periodo della cattività avignonese, da appena cento anni terminato, viene nuovamente pressoché distrutta, nel contesto delle lotte tra Francesco I e Carlo V, dai Lanzichenecchi luterani e vede invasori camuffati con abiti papali farsi, con sacrilego sarcasmo, venerare da altri invasori camuffati da Cardinali, mentre in S. Pietro vien gridato Papa Martin Lutero e mentre Clemente VII è rinchiuso in Castel S. Angelo. Ma, mentre vede tutto ciò, Roma vede anche, in quelle Chiese dove si riesce a celebrare, che la sua Messa, la Messa romana, è, ancora e sempre, la stessa.
Non siamo ancora alla metà del XVI secolo e Clemente VII, lo stesso Pontefice del Sacco di Roma, deve assistere al distacco dal Soglio di Pietro della Chiesa d’Inghilterra, della quale sì erige capo Enrico VIII, al quale un solo Vescovo si oppone, John Fischer, ed un solo laico d’importanza, Tommaso Moro. La codardia della totalità dei Vescovi e della grande maggioranza del Clero resero estremamente facile lo scisma, ma per i Martiri che resistettero una sola Messa rimase vera e valida: l’inalterata Messa romana.
Siamo nel 1540: un eroico soldato basco, Ignazio de Loyola, fonda una Compagnia di Combattenti, decorati del nome di Gesù, che vogliono lottare sotto il Vessillo della Croce.
E siamo finalmente al 1545, anno in cui, pietra angolare della Chiesa, si apre il Concilio di Trento, che, nel settembre del 1562, definisce la Messa, che è rimasta e rimane tuttora sempre uguale a se stessa, “vero Sacrificio espiatorio, per il quale i fedeli acquistano i frutti del sacrificio della Croce“ ed afferma che essa “viene offerta non solo per i viventi, ma anche per le anime del Purgatorio e in onore dei Santi” e dichiara che “il Canone della Messa stabilito dalla Chiesa per la degna celebrazione del Sacro Sacrificio è immune da errori”.
E da questo momento potrebbe non essere necessario ricordare il resto. Potremmo non ricordare la testa di Niccolò Dandolo gettata a Marc’Antonio Bragadin, e l’eroico e fidente Miserere mei del Bragadin di fronte al Martirio. Potremmo non ricordare la disfatta di Cipro ed il trionfo di Lepanto. Potremmo non ricordare la litania Auxilium Christianorum. Potremmo non ricordare martiri, confessori: missionari, Santi, Pontefici. Potremmo non ricordare i Teologhi. E potremmo ignorare anche la Storia civile.
Ma giunse, quasi duecento anni dopo la chiusura del Concilio Tridentino, un 14 luglio, in cui parve che un nuovo Vangelo, nuovi Messia, nuove luci avrebbero illuminato il mondo. Fu l’inizio della fine della Civiltà, fu l’inizio di una tremenda guerra civile che tuttora dura, sempre più divenendo crudele, armata di un odio quale mai sì era visto, e di mezzi tecnici ogni ora perfezionati. Pure la Messa romana rimase fino a ieri totalmente uguale a se stessa ed aiutò le anime a superare le lotte ed a vivere in mezzo alla bufera.
E venne la prima domenica d’Avvento del 1969.

(Da Vigilia Romana, Anno II, n. 1, 15 gennaio 1970)


Oristano: altare distrutto

Il cielo