Visualizzazione post con etichetta Giacinto de' Sivo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giacinto de' Sivo. Mostra tutti i post

sabato 14 novembre 2015

PUCCIANIELLO: II GIORNATA DI STUDI DESIVIANI


Giacinto de' Sivo (1814-1867)di Francesco Pappalardo

l'articolo originale sul sito di Alleanza Cattolica

1. Dalla letteratura alla storia attraverso la politica
Giacinto de' Sivo, scrittore e storico napoletano, nasce a Maddaloni, in Terra di Lavoro, il 29 novembre 1814, da una famiglia di militari devota alla dinastia borbonica. Il nonno, pure di nome Giacinto, aveva armato a proprie spese soldati per la difesa del regno in occasione dell'aggressione giacobina e francese, e lo zio Antonio era stato fra gli ufficiali del card. Fabrizio Ruffo (1744-1827), che nel 1799 aveva animato e guidato l'impresa della Santa Fede; anche il padre, Aniello, era stato un valoroso ufficiale dell'esercito napoletano, ma aveva dovuto lasciare il servizio attivo a causa di un infortunio.
Il giovane Giacinto preferisce l'arte della penna a quella delle armi e frequenta a Napoli la scuola del marchese Basilio Puoti (1782-1847), maestro di lingua e di elocuzione italiana. Di tale insegnamento si possono riconoscere le tracce in tutti i suoi scritti, in prosa o in versi: la classica armonia delle strutture, la purezza delle voci e le preziosità lessicali, che rendono il suo stile non sempre agevole, ma denso e caustico. Nel 1836, poco più che ventenne, dà alle stampe un volumetto di versi, cui segue, quattro anni dopo, la prima di otto tragedie, alcune delle quali saranno rappresentate con discreto successo e stampate più volte; quindi pubblica un romanzo storico, Corrado Capece. Storia pugliese dei tempi di Manfredi. Nel 1844, sposa Costanza Gaetani dell'Aquila d'Aragona, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale avrà tre figli.
Parallelamente all'attività letteraria, entra a far parte della Commissione per l'Istruzione Pubblica e, nel 1848, è nominato consigliere d'Intendenza della provincia di Terra di Lavoro. L'anno seguente è capitano di una delle quattro compagnie della Guardia Nazionale di Maddaloni, fino allo scioglimento di questa milizia, quindi comanda per alcuni mesi la ricostituita Guardia Urbana. Gli avvenimenti del biennio rivoluzionario 1848-1849, che recano le prime gravi minacce all'integrità dell'antico Stato napoletano, turbano il giovane letterato e lo inducono a dedicarsi alla riflessione storica per comprendere le ragioni dell'immane tragedia che sconvolge l'Europa. Sospende per qualche tempo la composizione tragica e comincia a scrivere una monografia sugli avvenimenti recenti, che non pubblica immediatamente "[...] per non parer di percuotere i vinti e inneggiare a' vincitori", e che rappresenterà il nucleo generatore della Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861. I tristi presentimenti diventano presto realtà e, nel 1860, aggredito dalle bande garibaldine e dall'esercito sardo, il Regno delle Due Sicilie cessa di esistere dopo una storia sette volte secolare.
De' Sivo, fedele alla dinastia legittima, è destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e imprigionato. Scarcerato alcune settimane dopo, è nuovamente arrestato il 1° gennaio 1861; finalmente liberato due mesi dopo, vuole sperimentare la "vantata libertà della parola" e inizia la pubblicazione di un giornale legittimista, La Tragicommedia. Il vessillo del giornale è il "prepotente amore" alla patria, che non è la "Patria" astratta e letteraria dei rivoluzionari, bensì "idea semplice cui ciascuno intende senza dimostrazione; è il suolo ove siam nati, ove stan l'ossa degli avi, la terra de' padri". La Tragicommedia, che nasce anche con l'intento di "[...] ricordar le ricchezze dileguate, l'armi perdute, fra' rimbombi de' cannoni, e i gemiti de' fucilati, e i lagni de' carcerati", viene soppresso dalle nuove autorità dopo i primi tre numeri. Imprigionato per la terza volta, lo storico napoletano sceglie la via dell'esilio e il 14 settembre 1861 parte per Roma, da dove non farà più ritorno. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla difesa, spesso polemica, dell'identità nazionale del paese - appartengono a questo periodo gli opuscoli Italia e il suo dramma politico nel 1861 e I Napolitani al cospetto delle nazioni civili - e, soprattutto, alla riflessione e alla ricostruzione storica. Dà alle stampe una Storia di Galazia Campana e di Maddaloni e porta a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica. Il primo volume è recensito su La Civiltà Cattolica dal gesuita Carlo Maria Curci (1809-1891), che lo giudica lavoro di "altissimo pregio" quanto "a sanità di principii, a nobili sentimenti di onestà e di religione, a coraggiosa franchezza nel qualificare le cose e le persone coi proprii loro nomi, e, per ciò che noi possiamo giudicarne, eziandio quanto a veracità di fatti narrati".
De' Sivo intraprende quindi un nuovo lavoro, una difesa storica del Papato contro le calunnie rivoluzionarie, ma la morte lo raggiunge a cinquantadue anni, il 19 novembre 1867, proprio nei giorni in cui - come fu scritto nel necrologio apparso su Il Veridico. Foglio popolare, il settimanale antirisorgimentale la cui prima serie venne pubblicata a Roma dall'agosto del 1862 all'11 settembre 1870, sotto la direzione di monsignor Giuseppe Troysi - "la gloriosa vittoria di Mentana gli allegrava la magnanima ira e il settenne dolore d'ingiusto esilio e gli stenti di morbo rincrudito".

2. La "damnatio memoriae"
Il trattamento inflitto all'opera di de' Sivo è conseguenza dello sforzo compiuto dalla cultura dominante per manipolare o per cancellare la memoria storica del popolo italiano attraverso l'inquinamento del patrimonio culturale della nazione e l'abbandono nell'oblio di avvenimenti e di personaggi particolarmente significativi.
Per circa sessant'anni sull'opera dello storico di Maddaloni ha gravato una coltre di silenzio, sollevata da Benedetto Croce (1866-1952) - partenopeo di adozione ma privo di una comprensione adeguata della storia napoletana, a causa dei suoi pregiudizi storicistici - con un breve saggio, Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo, che ne offre però un'interpretazione riduttiva e deformante. Soltanto nel secondo dopoguerra viene data alle stampe, un secolo dopo la prima edizione, la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861; e vede la luce la prima biografia dell'autore, scritta con affettuosa "compassione" dallo storico Roberto Mascia, scomparso nel 1972. Seguono quindi le riedizioni de I Napolitani al cospetto delle nazioni civili e dell'Elogio di Ferdinando Nunziante, e la ristampa dei tre numeri del periodico La Tragicommedia.

3. L'insegnamento storico e morale
L'opera storica di de' Sivo non si esaurisce nello sterile rimpianto del passato e nella difesa incondizionata della dinastia borbonica, ma costituisce un'aperta denuncia della malizia e della strategia rivoluzionarie, nonché dell'inettitudine e dell'impreparazione di quanti avrebbero dovuto opporre prima una resistenza e poi, eventualmente, una reazione agli accadimenti.
Anche quando prevalgono lo sdegno per la violazione del diritto e la protesta contro l'"iniquo servaggio" che grava sulle contrade napoletane, non viene meno la consapevolezza del carattere rivoluzionario dell'aggressione al Regno delle Due Sicilie, che è soltanto un episodio - anche se macroscopico - dello scontro gigantesco in atto fra la religione e l'ateismo. La "cruenta e atrocissima" lotta che contrappone italiani a italiani passa in secondo piano di fronte a un male più grave, cioè il "dileggio" che lo Stato unitario fa del diritto, della morale e della religione. L'unità politica, dunque, non è sempre un bene, anzi è un male quando viene realizzata contro la Chiesa e le autorità legittime, a danno dei valori spirituali e civili della nazione. In opposizione al piano rivoluzionario, che vuole "l'unità geografica e la disunione morale", egli prospetta l'ipotesi di una confederazione, sul modello di quella svizzera e degli Stati germanici, affinché possano sopravvivere le autonomie, le leggi, le tradizioni di ciascun popolo della penisola "[...] e l'Italia cristiana riederà al suo naturale primato", alla sua vocazione storica, che è quella di accogliere e di proteggere la Cattedra di Pietro.
De' Sivo apporta alla cultura cattolica contro-rivoluzionaria un contributo non trascurabile sia per la comprensione della dinamica delle ideologie, che si affermano nella storia - come ebbe a scrivere Papa Giovanni Paolo II nel messaggio per la XVIII Giornata Mondiale della Pace, dell'8-12-1984, al n. 6 - attraverso "disegni nascosti" - accanto ad altri "apertamente propagandati" - "miranti a soggiogare tutti i popoli a regimi in cui Dio non conta", sia per la conoscenza dei meccanismi di tale dinamica, messi in moto soprattutto da circoli settari di origine massonica, che - dopo avere sradicato la religione dalle classi dirigenti nel corso del secolo XVIII - perseguono l'obiettivo della "democratizzazione dell'irreligione". Anche la dinastia borbonica e le classi dirigenti del regno hanno gravi colpe, la cui "confessione" non è meno utile della denuncia delle manovre settarie. Le calamità del secolo XIX sarebbero incomprensibili senza gli errori del secolo precedente: l'adesione degli intellettuali all'illuminismo, la decadenza colpevole della Nobiltà, il contributo decisivo dato dalla monarchia assoluta all'opera di laicizzazione dello Stato e di secolarizzazione della società, hanno indebolito il regno, che nel momento decisivo non seppe resistere all'aggressione interna ed esterna.

4. "Tacito della tirannide settaria"

Poiché la Rivoluzione - cioè l'opera plurisecolare tesa alla distruzione della Cristianità e alla costruzione di una realtà storica a essa diametralmente opposta nei princìpi e nei fatti - ha potuto procedere solo grazie all'occultamento del suo volto e dei suoi fini ultimi, il mezzo più efficace per combatterla - secondo la lezione del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) nell'opera Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, del 1959 - consiste nel denunciarne lo spirito e la strategia: "Strapparle, dunque, la maschera significa sferrarle il più duro dei colpi". Ebbene, de' Sivo ha svolto tale compito con efficacia, meritando l'appellativo di "Tacito della tirannide settaria" - attribuitogli dall'anonimo estensore del citato necrologio - per aver "strappato coraggiosamente all'ipocrita la rossa camicia e il tricolore paludamento, disvelando sott'esso di che lagrime grondi e di che sangue". Inoltre, insegna a Napoli e a tutto il Mezzogiorno d'Italia che l'attesa rinascita religiosa e civile può essere perseguita e conseguita soltanto compiendo un profondo esame di coscienza nazionale e ricuperando le proprie radici storiche e spirituali, da tempo conculcate e disprezzate, non solamente da parte di allogeni.


Per approfondire: fra le opere principali di Giacinto de' Sivo, ripubblicate negli ultimi decenni, vedi Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Berisio, Napoli 1964; I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, Borzi, Roma 1967, e, con una introduzione di Silvio Vitale, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 1994; Storia di Galazia Campana e di Maddaloni, La Fiorente, Maddaloni (Caserta) 1986; Elogio di Ferdinando Nunziante, presentato e pubblicato da Bruno Iorio con il titolo Un "eroe" borbonico, Galzerano, Casalvelino Scalo (Salerno) 1989; e il periodico La Tragicommedia, ristampato - a cura di Francesco Maurizio Di Giovine e di Gabriele Marzocco - dall'Editoriale il Giglio, Napoli 1993; di Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 vedi due recensioni su La Civiltà Cattolica, una al primo volume, a firma di padre Carlo Maria Curci S. J. (anno XV [1864], serie V, vol. X, fasc. 340, pp. 444-463), e l'altra al terzo volume, a firma di padre Francesco Berardinelli S. J. (1816-1892) (anno XVII [1866], serie VI, vol. VII, fasc. 392, pp. 200-212); l'unica biografia completa dello storico napoletano è Roberto Mascia, La vita e le opere di Giacinto de' Sivo (1814-1867). Il narratore - Il poeta tragico - Lo storico, Berisio, Napoli 1966; il saggio di Benedetto Croce, Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo, Tipografia Giannini, Napoli 1918, è ora in Idem, Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici, Laterza, Bari 1949, pp.147-160.



martedì 2 dicembre 2014

Le grandi personalità della tradizione civile napoletana GIACINTO DE SIVO

In occasione del Convegno "Giacinto de' Sivo: storico letterato politico" organizzato dal nostro Istituto per ricordare il II centenario della nascita dello storico, pubblichiamo un bellissimo articolo del compianto prof. Gabriele Marzocco.

Giacinto de'Sivo


Le grandi personalità della tradizione civile napoletana
GIACINTO DE SIVO


Napoli è stata grande fin quando ha avuto una Monarchia rispettosa delle tradizioni e delle leggi patrie. Fra alterne vicende, la Monarchia ha retto il Sud d'Italia dal 1130 al 1860; quella sabauda, alleata delle forze liberal-borghesi, che aveva annesso il Sud al Piemonte, declassando Napoli da capitale a capoluogo di provincia, non poteva certo essere considerata dai Napoletani una monarchia legittima.
Giacinto de' Sivo (Maddaloni 1814  Roma 1867) è stato uno dei testimoni più lucidi di queste vicende. Autore di tragedie storiche, redattore del giornale La Tragicommedia (uscito nella  Napoli occupata dai Piemontesi e fatto chiudere dopo pochi numeri), pubblicò dopo il 1861 importanti opuscoli e la sua opera maggiore, Storia del Regno delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che dimostra una chiarezza di analisi e un grande rigore morale.
De' Sivo denunzia come il dramma di Napoli non sia iniziato tanto con lo sbarco di Garibaldi a Marsala, quanto con la concessione, anzi con la rimessa in vigore della Costituzione liberale, da parte di Francesco II, il 25 giugno 1860. La Costituzione fu vista come una resa della monarchia e come un'arma in mano ai traditori filopiemontesi. Fatale, del resto, era stata la svolta assolutistica di Ferdinando IV, con l'abolizione dei Sedili, risoluzione che aveva eliminato ogni rappresentanza ai vari ceti della nazione.
La Costituzione del 1860 consegnò il potere nella mani dei liberal-borghesi, che stavano dalla parte degli invasori garibaldino-piemontesi e operavano attivamente per la fine dell'indipendenza napoletana. La "libertà di stampa", proclamata dalla Costituzione, diede la stura ad una miriade di giornali unitari, cavurriani, garibaldini, mazziniani. I fedeli alla causa napoletana non avevano ancora capito l'importanza della battaglia delle idee. Pur tuttavia sorse anche un gran numero di giornali cattolici e legittimisti, L'Aurora, La Croce Rossa, l'Unità Cattolica, Il Flavio Gioia, L'Equatore, molti dei quali furono perseguitati e costretti a ultimare le pubblicazioni per la repressione operata dai nuovi governanti.
Nel giugno 1861 esce La Tragicommedia, giornale diretto da Giacinto de' Sivo, con il quale lo storico napoletano esprime il dolore per la perduta indipendenza ed esalta il clima insurrezionale che si respira in tutto il Sud: «Il Nigra (il luogotenente che aveva definito brigantaggio la lotta in corso) denigra i Napoletani; e per averne egli subissato, dichiara a sua difesa la nostra corruzione e ignoranza [...]. E una schiera di re, nati re, potentissimi e sublimi, né in cinquant'anni incarcerarono mai quanti il Nigra carcerava in tre mesi, né fucilarono nessuno senza giudizio, né osarono nella loro onnipotenza insultare con un gesto l'ultimo de' sudditi loro». Di fronte allo smantellamento di tutte le istituzioni dello Stato napoletano, de' Sivo denunzia: «Oh sventurati Napolitani, per farci italiani abbiamo disfatta la società e siamo discesi alla condizione delle belve», ricordando un passato in cui fiorivano «la ricchezza, la pace, le leggi, le arti, i costumi e la religione». Significativo questo brano di un suo articolo: «Questo popolo amava la pompa del trono, e voi, dopo aver abbattuto il trono, avete messo un Nigra! La parola regno empiva le bocche de' contadini, e voi l'obbligate a dire provincia... Il contadino nominava il re dopo Dio; e voi avete permesso vituperi sulla regia sventura. Il contadino amava il suo vescovo, il curato, il ricco benestante che lo soccorreva nei suoi bisogni; e voi avete Gli articoli de La Tragicommedia erano ispirati alla dottrina monarchica, che si oppone alla rivoluzione, senza accettare compromessi: «Lo spirito rivoluzionario scalza per demolire, non conosce differenza tra il bene e il male». Il quarto numero del giornale non poté essere stampato perché fu sequestrato direttamente in tipografia: nella "rigenerata" Napoli non c'era posto per de' Sivo, che fu costretto ad andarsene in esilio a Roma.
De' Sivo ha le idee chiare; sa che dietro questi avvenimenti c'è il progetto perverso delle sette massoniche, magari in lotta fra loro, ma unite dall'odio per la verità e l'ordine naturale delle cose. Esse pretendono di rappresentare la nazione italiana (che non esiste, essendo l'Italia un mosaico di popoli, uniti dalla fede cattolica, ma divisi politicamente); sbandierando bei paroloni, come Libertà, Fraternità, Uguaglianza, Unità, Indipendenza, in realtà hanno lo scopo di «subissare le nazioni e derubarle, e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi». De' Sivo scrive che la massoneria «tende a cassare la religione, va promettendo libertà, e mentisce; perché un popolò senza Dio, anziché essere libero, neanche può essere sociale, se non ha despota che lo corregga. La libertà e la religione vanno insieme: fiacchi questa, distruggi quella».
Giacinto de' Sivo ha combattuto per tutta la vita, usando la penna come un'arma, per denunciare i nemici della nazione napoletana, esaltando una monarchia che, rispettando la Chiesa e la tradizione, aveva reso grande Napoli, facendola amare e rispettare in Europa.

Gabriele Marzocco


Il Re di Napoli, gennaio 2008, numero 1, pag. 4


l'articolo di Marzocco

martedì 18 novembre 2014

A Maddaloni un convegno per il II centenario della nascita di Giacinto de' Sivo



"Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l'altrui? Il padrone di casa è brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa? "
(Giacinto de' Sivo, da I napolitani al cospetto delle Nazioni civili)


Il giorno 29 novembre di quest'anno 2014 ricorrono duecento anni dalla nascita dello storico e letterato Giacinto de' Sivo.
Nato il 29 novembre 1814 in Maddaloni, provincia di Terra di Lavoro, da Aniello, ufficiale dell'Esercito delle Due Sicilie e da Maria Rosa Di Lucia. La famiglia de' Sivo ha una tradizione di fedeltà alla dinastia borbonica. Il nonno, anch'egli di nome Giacinto, nel 1799 aveva combattuto i repubblicani tra le file dell'esercito sanfedista del Cardinale Fabrizio Ruffo. Anche lo zio Antonio era un militare.

Per lo storico di Maddaloni, il processo che ha portato all'unità d'Italia è stato, più che una rivoluzione o uno scontro militare tra italiani, un'aggressione contro due istituzioni legittime, il Regno delle Due Sicilie e la Chiesa. Oltre alla violazione del diritto, de' Sivo ravvisa nel piano risorgimentale, anche una violazione dei valori spirituali e civili della nazione napoletana.

Alla caduta di "Napoli", de' Sivo si proclamò fedele alla dinastia borbonica. Fu destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e arrestato (14 settembre 1860). La sua casa fu occupata per tre mesi da Nino Bixio, poi da Giuseppe Avezzana e, infine, da Carbonella. Gli venne resa dopo essere stata saccheggiata. I garibaldini gli sequestrarono anche il manoscritto che de' Sivo aveva redatto sugli avvenimenti del 1848-1849.
Scarcerato, fu arrestato nuovamente il 1º gennaio 1861 ed imprigionato per due mesi. Tornato libero, decise di lanciare la sua aperta sfida al nuovo regime fondando una rivista, la Tragicommedia, con la quale espresse pubblicamente la propria visione politica patriottica (che lui intendeva come il ripristino dei Borbone sul trono di Napoli). Il giornale fu soppresso dopo soli tre numeri. De' Sivo fu nuovamente arrestato il 6 settembre 1861. Posto di fronte alla scelta tra la sottomissione alla dinastia sabauda e l’esilio, il giorno 14 successivo partì per Roma, città che ospitava già Francesco II, assieme alla sua corte.

A Roma, capitale dello Stato Pontificio, continuò nell'esilio la sua attività pubblicistica.
Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla difesa dell'identità nazionale del paese in cui era nato. Appartennero a questo periodo altre opere di ricostruzione storica. Nel 1863 de' Sivo portò a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica.

Morì a cinquantadue anni, il 19 novembre 1867. Fu sepolto inizialmente nel cimitero del Verano. Nel maggio del 1960 le sue spoglie furono traslate nella natia Maddaloni.
Per ricordarlo, il nostro Istituto insieme con il Comune di Maddaloni, organizza per Sabato 6 dicembre, alle ore 10,00, un convegno che ha ricevuto l'Alto Patronato dell'A.N.C.C.I. (l'Associazione dei Cavalieri Costantiniani) ed il patrocinio, oltre quello del Comune, della Provincia, della Diocesi di Caserta e dell'Università degli Studi di Salerno.


Il cielo