giovedì 12 aprile 2018

12 aprile 1815. Murat è sconfitto a Casaglia: così cominciò il valzer che riportò il Borbone a Napoli

La mappa delle operazioni della guerra austro-napoletana

NAPOLI - La battaglia di Casaglia, combattuta il 12 aprile 1815, è uno degli scontri della breve guerra che, tra il 1814 e il 1815, infiammò la penisola italiana e che si combatté tra l'esercito napoletano del Re Gioacchino Murat, e le truppe austriache. Napoleone aveva abbandonato, complice una notte senza luna e la distrazione dei sorveglianti britannici, l'isola d'Elba ed era sbarcato a Cannes intenzionato a riprendersi Parigi, la Francia e, forse, a salvare le conquiste territoriali della rivoluzione del 1789.  I più grandi diplomatici d'Europa stavano invece discutendo a Vienna come ridisegnare le mappe del continente dopo la rovinosa caduta dell'Impero Francese tra l'incendio di Mosca e la defezione bavarese a Lipsia. 

Il momento era particolarmente delicato per il futuro assetto geopolitico dell'Italia e per il destino di Napoli. Gioacchino Murat, figlio di un bettoliere, apparteneva alla nuova aristocrazia rivoluzionaria. Generali e uomini di indiscusso valore militare come Lannes, Ney, Soult, MacDonald, a prescindere dalle proprie origini avevano raggiunto i massimi gradi dell'armata napoleonica ed erano stati elevati a 'nobili vittoriosi' (Ney fu duca di Eylau, piccolo borgo tra la Prussia e la Lituania dove fu determinante nella vittoria contro i russi nel 1807). Altri militari vennero elevati a sovrani: uno fu Bernadotte che avrebbe tradito Napoleone dopo essere diventato Re di Svezia (l'attuale casa regnante trae la sua origine dal maresciallo di Francia spedito a Stoccolma nel 1810) e l'altro fu Murat, che di Napoleone divenne cognato dopo aver sposato la preferita tra le sorelle del generale-Imperatore, Carolina.

Gioacchino Murat, Maresciallo di Francia e Re di Napoli
La rovinosa invasione della Russia aveva provocato il tanto atteso indebolimento delle forze imperiali francesi. Prussiani, Austriaci, Inglesi, Spagnoli, Portoghesi erano di nuovo tutti pronti a marciare su Parigi dove sarebbero arrivati costringendo Bonaparte al forzoso ritiro dell'Elba. Murat era ancora a Napoli sul suo trono, sopravvissuto al cognato già esiliato. Il Borbone era a Palermo, pure lui su un trono recentemente depotenziato dalla Costituzione britannica del 1812. Tutti e due attendevano gli esiti dell'annunciato Congresso che i diplomatici dello Zar Alessandro andavano sbandierando nelle corti alleate da quando il loro Sovrano era partito da San Pietroburgo per respingere l'invasione francese dopo l'incendio di Mosca. Gli austriaci, guidati da Klemenz von Metternich, avevano preso in seria considerazione l'offerta di proseguire l'alleanza arrivata da Napoli. Murat, pur di salvare il Regno, avrebbe schierato i napoletani contro Napoleone. 

Ciò che giocò a sfavore dell'accordo fu la diplomazia borbonica. Nel momento in cui il Borbone che era tornato a Parigi dopo 25 anni di esilio riparava verso Bruxelles dopo la fuga dall'Elba di Napoleone, l'Europa dei sovrani aveva l'obbligo di intervenire in suo aiuto. Gli eserciti della coalizione sarebbero scesi in campo per riaffermare il principio della legittimità dei poteri pre rivoluzionari. Come comportarsi allora con i paesi che, seppure formalmente indipendenti, si erano affiancati all'impresa rivoluzionaria prima e napoleonica dopo? Non era un problema semplice da risolvere visto che non fu la sola Napoli a costituire un problema di ordine politico europeo. Molti altri paesi, dalla Sassonia agli ex stati settentrionali dell'Impero Romano Germanico passando per Svizzera, Baviera, Polonia, e anche per le regioni settentrionali della penisola italiana, avrebbero visto decidere i propri destini nel giro di valzer del congresso viennese. Il re di Spagna, d'accordo con Talleyrand, si oppose e mentre a Vienna si discuteva, Murat passò all'azione.

Con 35mila  uomini, 5mila cavalieri e 50 cannoni violava il confine nord del Regno e occupava lo Stato Pontificio. Napoleone rientrava a Parigi il 20 marzo. Cinque giorni dopo i governi di Austria, Prussia, Russia e Inghilterra, da Vienna, lanciavano la loro scomunica al ritorno dell'imperatore a Parigi. I 100 giorni furono un qualcosa, anche dal punto di vista istituzionale e costituzionale, di profondamente nuovo per la vita politica francese ma le novità istituzionali e le promesse di pace spedite da Napoleone al mondo intero non sortirono alcun effetto. Non era più solo una questione di paura delle armate francesi ma un problema di legittimità per le potenze già autoconvocatesi in Congresso. Il 2 aprile Murat faceva il suo ingresso a Bologna che era stata abbandonata dagli austriaci che, da mesi, occupavano il nord Italia e le Legazioni Pontificie. Sei giorni dopo una lettera venne consegnata a Metternich. Il re di Napoli, che nella sua avanzata aveva costretto alla fuga il Granduca di Toscana e il governo del Papa, chiedeva all'Austria di confermare l'alleanza di inizio anno. Murat avrebbe 'presidiato' l'Italia dal sud del Po. A Vienna, pur ignorando gli abboccamenti di Murat con il cognato Imperatore auto-restaurato (è ancora oggetto di approfondito dibattito storiografico in Francia il rapporto tra i due parenti durante i decivi 100 giorni) la partita era già stata chiusa dal proclama dell'Imperatore Francesco I.

"In conseguenza dei trattati conclusi con le potenze alleate e anche dei nostri rapporti con le stesse il governo austriaco si annetteva tutte le province lombarde e venete fino al Lago Maggiore, al Ticino, al Po con la parte del territorio di Mantova situata sulla riva destra di questi fiumi, e in più la Valtellina, e i contadi di Cleve e di Bormio".

Johann Frimont, comandante dell'esercito austriaco in Italia

Queste province ottennero riconoscimento 'regale' e confluirono nel Regno Lombardo-Veneto. L'Austria cominciava la guerra contro Napoli annunciando al mondo che era la nuova potenza egemone in Italia dopo che tale ruolo era toccato, in periodi diversi, alla Spagna e alla Francia. Il 10 aprile Metternich rispediva i diplomatici al 're di Napoli' con la dichiarazione ufficiale della guerra (già cominciata) tra l'Impero Austriaco e il regno di Napoli.  Dopo l'occupazione delle Legazioni e la dichiarazione di guerra Murat tentò di varcare il Po ad Occhiobello ma, respinto dagli austriaci, si era limitato a mettere sotto assedio Ferrara che, nel 1815, rappresentava uno dei punti cardine della difesa asburgica in Italia. Preziosa (tanto quanto saranno poi, nelle guerre risorgimentali, le fortezze del quadrilatero) sia per la difesa da Sud che da Ovest qualora Napoleone avesse invaso nuovamente l'Italia. La rete d'assedio napoletana riuscì a resistere ad una prima azione militare organizzata dal Generale lorenese Johann Frimont, comandante in capo delle forze asburgiche in Italia. Il 12 aprile, però, 4500 austriaci si ripresentarono contro le forze assedianti e, dopo averle incalzate, le sconfissero a Casaglia. I napoletani, in ordine, rientrarono a Bologna. Tolentino sarebbe stata solo una tappa intermedia sulla via di Murat verso Pizzo Calabro e la sua fucilazione.

Marzio Mastrilli duca di Gallo
In un libro molto impegnativo e interessante pubblicato nel 1940, 'Reconstruction', Guglielmo Ferrero traccia la storia di quei giorni convulsi (il libro è stato poi tradotto e ristampato dalla casa editrice Corbaccio e, su sua licenza, dalla Mondadori pubblicato con il più 'accessibile' titolo 'Il congresso di Vienna'). Ferrero presenta la questione del Congresso viennese incrociandola all'incertezza generale causata dal ritorno a Parigi di Napoleone. Murat avrebbe voluto difendere l'alleanza stipulata dopo la campagna di Russia tra Napoli e le potenze della coalizione. Il ministro degli Esteri napoletano Marzio Mastrilli duca di Gallo era universalmente noto come uno dei maggiori diplomatici europei insieme a Metternich e Talleyrand. Fu Mastrilli il diplomatico scelto dall'Austria per sedere al tavolo con Napoleone per i preliminari della pace di Loeben del 1797 (cui sarebbe seguita la pace di Campoformio). Mastrilli aveva già servito Ferdinando IV e lo avrebbe servito ancora a Vienna e dopo il Congresso. Ferrero racconta la restaurazione borbonica che fu mutua reciproca assistenza familiare (da parte della Spagna verso i più 'sfortunati' parenti francesi e napoletani) e quella italiana ed europea facendone un quadro realistico, delineando il congresso viennese come la migliore soluzione possibile per l'Europa del tempo. 

La firma dei preliminari di Loeben, il duca di Gallo guida la delegazione delle forze della coalizione

"Povera Italia. Ripartiva da Vienna quasi nuda e senz'anima. L'antico Regime pareva risorto. Il Papa andava a Roma, il re a Torino e a Napoli, il duca a Modena, il Granduca a Firenze. Ma Venezia, capolavoro della civiltà qualitativa dell'Antico Regime, era caduta con Genova, la sorella nemica: ma dei damaschi, dei broccati, dei velluti, degli arazzi, delle scolture, dei quadri, degli avori, dei diamanti, delle perle, dei rubini, dei metalli preziosi, del sontuoso retaggio dell'Antico Regime, non restavano più, all'Italia, che rari frammenti: i marmi e le pietre troppo pesanti per essere portati via. I conventi, le chiese e i palazzi della nobiltà erano stati saccheggiati, l'oro e l'argento che incrostavano ancora le imponenti vestigia della teocrazia medioevale erano stati fusi e trasformati in scudi e luigi, o dispersi per tutta l'Europa: rovinate le industrie di lusso che avevano perduta la loro clientela italiana - la Chiesa, la nobiltà, la Corte - e la clientela estera. L'Italia era diventata un paese produttore di materie prime: seta, canapa, pelli, metalli... Il soffio che l'animava ne era spento con gli splendori del secolo XVIII. Nell'insieme l'Italia era ancora nel 1813 una nazione cattolica e credente, ma non più allo stesso modo dell'Antico Regime. Durante il quarto di secolo che va dal 1789 al 1814 il papato non è più quello che pur indebolito, era stato fino alla fine del secolo decimottavo: un potere insieme temporale e spirituale. La rivoluzione, dissociando i due poteri, li ha definitivamente indeboliti. Nell'ordine temporale il Papa nel 1815 non è che il sovrano impoverito di un meschino piccolo Stato; nell'ordine spirituale non è che un grande teologico ma discusso e discutibile dagli increduli anche in Italia, il suo feudo d'altri tempi [...] Dopo il 1815 l'Italia sarà sempre più disperata per le umiliazioni e le violenze subite nel periodo rivoluzionario, disperata per la miseria, l'impotenza, la soggezione in cui era caduta essa, già sede un tempo dell'Impero e del Papato! Se nel 1815 l'Italia rispettava ancora i poteri politici dell'Antico Regime, non vi credeva più come prima della Rivoluzione. Erano tornati sì, ma a prezzo di quali lotte, di quali mercanteggiamenti, di quali compromessi! E cominciava anche a trovare ben deboli mediocri meschini quegli staterelli di Modena, Parma, Firenze! L'Italia, calpestata, smembrata e ricomposta a capriccio dai poteri rivoluzionari aveva cominciato a sentirsi capace di fondare sull'esempio e in opposizione agli altri grandi stati d'Europa, uno stato potente. Nasceva quel sentimento nazionale che non tarderà a svilupparsi e finirà per persuadere una parte dell'Italia - ma una parte solamente - che i piccoli stati dell'Antico Regime e il paradiso di lave spente caldeggiato dall'imperatore d'Austria erano causa di tutti i suoi mali, della sua povertà, della sua impotenza, della sua oscurità... L'Italia sarà sempre più divisa da un dualismo inconciliabile: dove s'annidava il nemico, il pericolo, la sorgente del male? nell'Antico Regime o nella Rivoluzione? Le dinastie dell'Antico Regime sopravviventi in Italia rappresentavano delle legittimità, ma legittimità moribonde. Per questa ragione la soluzione che il Congresso aveva applicato al problema italiano era mediocre e precaria, senza che si possa d'altra parte incolparne il Congresso, perchè era la sola possibile e non si può giudicarla se non tenendo conto di quello che il Congresso doveva e poteva fare. Per tutto il secolo decimonono si è rinfacciato al Congresso di Vienna di non aver voluto creare nell'Italia del Nord uno stato italiano forte sia ingrandendo la Casa Savoia sia chiamando una nuova dinastia. Ma questo progetto era impossibile. L'Austria si era assicurata la Lombardia e il Veneto già il 30 maggio; così la sorte del Nord era già decisa prima che il Congresso si riunisse. La manomissione della Lombardia e del Veneto compiuta dall'Austria nel 1814 è la conseguenza di Campoformio, l'espiazione per la mancata resistenza dell'Italia all'invasione del 1796: il Congresso non è responsabile. La Casa Savoia del resto se le avessero annesso l'Italia del Nord si sarebbe trovata a Milano e a Venezia come Murat a Napoli: un potere imposto dal di fuori, una dittatura rivoluzionaria sostenuta dalla forza. Prima o dopo sarebbe stata fatalmente trascinata in avventure incompatibili con il 'riposo dell'Europa' come si diceva a Vienna del sistema europeo che si doveva costruire. Gli storici italiani hanno, da un secolo a questa parte, troppo ragionato intorno alla questione come se l'Italia fosse stata sola a Vienna: hanno troppo dimenticato che a Vienna il problema italiano, come tutti gli altri, è stato risolto in funzione del sistema europeo che era urgente ristabilire. La grandezza misconosciuta al Congresso consiste appunto in questo"

(G. FERRERO, Il Congresso di Vienna, Mondadori, 1999, pagg.357-361)

ROBERTO DELLA ROCCA

sabato 31 marzo 2018

PONTELANDOLFO FU UNA VERA STRAGE. ANZI, UNA RAPPRESAGLIA. L'intervista al Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, Fernando Riccardi, a cura di Gennaro Grimolizzi per Domus Europa


Si riaccende il dibattito sui fatti dell’agosto del 1861. Intervista a Fernando Riccardi

A cura di Gennaro Grimolizzi



Ci risiamo. Una cosa molte triste nella storiografia e nella pubblicistica. Minimizzare o vestire la divisa di questa o quella “squadra di intellettuali”. Fare la conta dei morti. Succede da decenni, da quando la pietra tombale, posta da chi decise che non si dovevano rivelare tanti aspetti di come venne “fatta” l’Italia, è stata rimossa da validi e, viste certe circostanze, coraggiosi studiosi dell’unità nazionale.

Pochi giorni fa “La Lettura”, inserto culturale del Corriere della Sera, ha dedicato una pagina intera al libro in uscita di Giancristiano Desiderio, collaboratore di Via Solferino e direttore del periodico “Il Sannio”. Eloquente il titolo dell’articolo. Come detto prima, “solo” tredici morti e non centinaia a proposito dei fatti accaduti nell’agosto del 1861 nel borgo di Pontelandolfo, in provincia di Benevento. Qui il Regio Esercito represse nel sangue la rivolta dei cittadini ancora vicini ai Borbone e critici verso chi voleva unificare con la forza e la prepotenza. Il Corrierone (un tempo), a proposito del volume di Desiderio, esalta le ricerche del giornalista campano. Le sue argomentazioni rivelano una volta per tutte, la verità sugli accadimenti di oltre centocinquanta anni fa. E viene in mente un avvocato che alla conclusione delle sue arringhe era solito dire: “Questi sono i fatti, Vostro Onore. Quelli veri!”. Per alimentare il dibattito su tante pagine di storia dimenticata o presentate con le vesti della minimizzazione partigiana abbiamo interpellato il giornalista e storico Fernando Riccardi, che da sempre studia gli episodi che fecero l’Italia e gli italiani.

L’ultimo libro di Giancristiano Desiderio, “1861 Pontelandolfo. Tutta un’altra storia”, rivede i fatti tragici di oltre un secolo e mezzo fa. Cosa ne pensa?

«La sua domanda ha bisogno di una risposta articolata. Intanto aspettiamo di leggere il libro prima di dare un giudizio, una regola di assoluto buon senso non a tutti cara. Gli articoli di presentazione apparsi sui mass media in queste ultime settimane lasciano intendere che Desiderio metterà a disposizione dei lettori e degli studiosi un apparato documentale ed archivistico in grado di sconvolgere ogni ricostruzione che fino ad ora è stata fatta di quei tragici fatti. Staremo a vedere. Per il momento si è limitato ad annunciare che i morti di quel 14 agosto 1861 a Pontelandolfo non furono centinaia ma soltanto tredici, come risulta dai “libri mortuorum” conservati nelle chiese parrocchiali del piccolo paese del beneventano. E qui già si può notare una piccola ma significativa discrepanza».

Quale?

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domenica 25 marzo 2018

IL MISTERO DELLA CASA DI VANVITELLI. Lo storico Astarita denuncia la 'falsa' lapide che, dal 1879, indica un palazzo neanche costruito ai tempi dell'architetto del Re Borbone

CASERTA - Sta facendo molto discutere, in queste settimane, la presa di posizione dello storico casertano Nando Astarita che ha spiegato, in termini corretti e documentati, la vera storia della 'finta' casa abitata dall'architetto Luigi Vanvitelli negli anni della sua permanenza per la costruzione della Reggia voluta dal Re Borbone. La storia della casa la trovate, ricostruita nei dettagli, da Nadia Verdile nel suo articolo pubblicato da 'il Mattino' che vi proponiamo in calce. L'istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie sostiene l'istanza di verità storica manifestata da Nando Astarita e accoglie la sua richiesta, ad associazioni, enti e istituzioni che si interessano di tutela del patrimonio, di scrivere al sindaco di Caserta e al soprintende Buonomo per chiedere, a distanza di anni, il riconoscimento della realtà storica dei fatti. 

La disputa secolare
CASA VANVITELLI la verità dimenticata
Lo storico Nando Astarita rilancia il caso dell'edificio dove viveva l'architetto della Reggia: lapide al posto sbagliato
Il Mattino 13 marzo 2018
di Nadia Verdile

Le bugie hanno le gambe corte, soprattutto quando a pretendere la verità c'è la storia. Così, dopo tanto discutere, lo storico casertano Nando Astarita ha detto basta e ha scritto al sindaco di Caserta, Carlo Marino, e al soprintendente Salvatore Buonomo. Rivelando ciò che in parecchi sanno ma che incredibilmente continua a restare lettera morta. Dal 1879 troneggia sulla facciata di un palazzo ottocentesco in corso Trieste, una lapide commemorativa che indica la casa che fu abitata dall'architetto per eccellenza, Luigi Vanvitelli. Andiamo, però, per gradi. Il progettista del palazzo reale più bello di sempre si trasferì a Caserta nella seconda metà del 1751. Avuto l'incarico di realizzare la Reggia, soprintendeva alla realizzazione del tracciato della residenza e del parco. Inizialmente prese alloggio nel palazzo dell'Intendenza presso il Boschetto. Più tardi andò ad abitare, in fitto, in un piccolo appartamento posto in uno stabile adiacente la chiesetta di Sant'Elena, in via Mazzocchi. "Il falso della casa di Vanvitelli nacque nel 1879 - spiega Astarita - in occasione dell'inaugurazione della statua di Vanvitelli nel primo centenario (con qualche anno di ritardo) della sua morte. In quella circostanza i politici del tempo, per menar vanto, esibirono come casa dell'architetto su cui apporre la lapide ingannatrice e volutamente equivoca, un Palazzo importante ed in ottime condizioni sostituendolo a quello vero dove Vanvitelli aveva realmente abitato, che era piccolo, bruttino e in condizioni degradate. La falsa casa era appena stata costruita su una strada che all'epoca della morte di Vanvitelli non esisteva ancora!".
Quello che oggi si chiama corso Trieste, a dire il vero per la toponomastica cittadina si è chiamato così fino al 2014, fu inaugurato il 30 maggio 1851 e intitolato a Ferdinando II, il sovrano allora regnante. Nel novembre del 2014 il consiglio comunale votò il ripristino dell'odonimo originario Ferdinando II al posto di corso Trieste. Lo ricordano le cronache la gente no. Bene, secondo quanto recitava la lapide commemorativa, Vanvitelli avrebbe abitato, e sarebbe morto addirittura, in un palazzo che non c'era. "La bugia - continua Astarita - fu spudoratamente ribadita con un'altra lapide del 1973 dall'associazione casertana costruttori". Nessuno che si fosse fermato un attimo a fare una constatazione senza voler pensare ad una ricerca storica. Il tratto di strada dove insiste il palazzo detto 'delle 4 colonne'  "è stato inaugurato - commenta lo storico - nel 1836. Fu poi prolungato, così come appare oggi, negli anni successivi. Detto ciò, considerato in primo luogo il doveroso rispetto della verità storica nei confronti dei cittadini, dei cultori di storia e dei turisti ma anche in coerenza dell'ambizione reiterata di questa città di candidarsi a 'capitale della cultura', chiedo al sindaco e al soprintendente di attivarsi, per quanto di competenza, per porre fine a questo falso che costituisce onta non più giustificabile che ricade oltre che sulla città anche sugli enti, le istituzioni e le associaizoni che s'interessano di tutela del patrimonio culturale e storico". La verità sull'ubicazione della casa di Vanvitelli ce la dice proprio l'architetto che il 7 gennaio 1758 scriveva così al ratello Urbano: "Confina con la mia abitazione un oratorio di confraternita. Vi sono due messe le feste e una il giorno di lavoro. Qua ci vorrei fare un finestrino per sentircela ogni giorno, et a me, che sono incomodato dei piedi, molto farebbe comodo. Onde non so se ci occorre licenza da Roma (il fratello di Vanvitelli era un prelato, ndr). Io avevo il comodo al Boschetto nella Cappelletta fin per le feste di precetto; questo comodo ora mi manca e puotrei averlo aprendo un finestrino. Se vi occorre permissione di Roma procurate averla; se diversamente datemi istruzioni opportune acciò ne faccia pratica. L'oratorio si chiama la Croce di Sant'Elena, stroppiato il nome in Santella (ancora oggi quella zona è chiamata la Santella, ndr), ove tutto il quartiere vicino viene a sentirvi la messa. questo oratorio, come le altre prossime case e la mia abitazione ancora, dovranno essere demolite sicché il privilegio sarebbe a tempo corto e per la mia persona e famiglia tantum, senza che mai il padrone diretto della casa vi debba privilegio alcuno". Più volte Vanvitelli ritorna col fratello sulla questione dell'autorizzazione che arriva, finalmente il 7 marzo di quell'anno: "Ho ricevuto il memoriale rescritto per l'apertura della finestra; ora procurerà di farlo mettere in esecuzione, mentre per me è un comodo, sopra modo necessario". E' tempo che di tutto ciò, conclude lo storico, anche le istituzioni ne prendano atto.

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Fede e bellezza dal Beato Pio IX a Papa Francesco, sabato 7 aprile il convegno organizzato da 'Tota Pulchra' a Gaeta



GAETA - Si terrà sabato 7 aprile a Gaeta l'incontro, organizzato dall'associazione 'Tota Pulchra' su 'Fede e Bellezza' (dal Beato Pio IX a Papa Francesco). L'appuntamento, voluto fortemente dal sodalizio romano che celebra l'arte in quanto manifestazione del divino nelle abilità pratiche umane, si svolge in collaborazione con l'assessorato alla Cultura del comune di Gaeta e sarà ospitato nel palazzo della Cultura di via Annunziata sede della scuola superiore di tecnologia per il mare 'Its - Fondazione Giovanni Caboto'. L'evento, patrocinato anche dall'Arcidiocesi di Gaeta, dalla Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, dal S.M.O.C. di San Giorgio, e dall'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie. Ad intervenire saranno, dopo il sindaco di Gaeta Cosmo Mitrano, anche Monsignor Jean Marie Gervais, Valerio Monda e Luca Di Laudo. Nel corso della manifestazione sarà presentato, in omaggio al Papa Ratzinger, il libro "Benedetto XVI. L'arte è una porta verso l'Infinito" a cura di Mons. Gervais e Alessandro Notarnicola. 


mercoledì 7 febbraio 2018

SABATO 10 E DOMENICA 11 IL XXVII CONVEGNO NAZIONALE TRADIZIONALISTA DELLA FEDELISSIMA CITTÀ DI GAETA




E' LA NOTTE del 24 novembre 1848. Il sovrano Pontefice, S.S. il Beato Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, fugge da Roma. Giunto ad Ariccia, nella piazza del paese dove sorge la collegiata di Santa Maria Assunta, l' attende una donna con un' altra carrozza; è la contessa Teresa von Spaur, moglie dell'ambasciatore di Baviera, il conte Karl von Spaur, che ha in pratica organizzato la fuga del papa. Il Papa riparte, con la contessa che ordina al cocchiere di procedere verso Gaeta, nel Regno delle Due Sicilie, per proseguire da lì via mare in una località ancora da stabilire. Nel frattempo il cardinale Antonelli precede il Papa a Gaeta, da dove comunica con una lettera al re Ferdinando II di Borbone il prossimo arrivo del Pontefice. Dopo quattro ore il gruppo è in prossimità di Gaeta; il Papa scende alla villa Caposele di Mola, accolto dal cardinale Antonelli. Qui il Beato Pio IX scrive una lettera al re Ferdinando chiedendo ospitalità; la lettera è portata al re dal conte von Spaur. La sera del 25 novembre il gruppo arriva a Gaeta e qui si stabilisce in alcune stanze dell' albergo la Pergolella. Il Re, appena ricevuta la lettera, si precipita a Gaeta e, aiutato dal cardinale Antonelli, persuade Pio IX a non proseguire il viaggio ma a prendere dimora in quella città ed il papa è ben lieto di acconsentire. Ed è proprio durante questo soggiorno che il Papa, secondo la tradizione illuminato dallo Spirito Santo, decide di scrivere l' enciclica Ubi primum con cui interroga l'episcopato cattolico sulla opportunità di proclamare il dogma dell' Immacolata Concezione, evento che si concretizzerà al suo ritorno a Roma con il decreto Inter Missarum solemnia l' 8 dicembre 1854.

È a questo importantissimo evento, nel 170^ anniversario, ed a 140 anni dalla nascita al Cielo del Beato Pontefice, che è dedicato principalmente il XXVII Convegno Nazionale Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta che vi si svolgerà sabato 10 e domenica 11 febbraio.


giovedì 21 dicembre 2017

S. NATALE 2017


A buje è nato ogge a Bettalemme
D'o Munno l'aspettato Sarvatore.
Dínt'í panni 'o trovarríte,
Nu potíte - maje sgarrà,
Arravuglíato,
E dínto a lo Presebío curcato.

S. Alfonso Maria de' Liguori - Quanno Nascent Ninno, 1754



Cari amici, quest'anno ormai volge al termine e il pensiero corre, ovviamente, al nostro Presidente, il comm. Giovanni Salemi che poco più di un mese fa, improvvisamente, ci ha lasciato.
Ma essendo Cattolici e "controcorrente", ci dissoceremo dalla moda imperante nel mondo, ma soprattutto in questo paese, nato nel modo peggiore e che in modo conforme alla nascita continua ad esistere.
Per cui non solo non ci vergogneremo del Natale, ci dispiace per chi si offende ma, recitava un antico detto "chi si offende è......", ricorderemo la nascita di N.S. Gesù Cristo con una bella  immagine  del quadro di C. Giaquinto che si trova nella Chiesa dell'Immacolata in Terlizzi, nelle Puglie, nella provincia di Terra di Bari.

E ci piace anche usare le parole, in lingua Napoletana, del grande S.Alfonso Maria de' Liguori nel suo meraviglioso "Quando Nascette Ninno".

Per carità, ci piacciono tantissimo Jingle Bells, Jingle Bells Rock, white Christmas, Santa Claus is coming to Town e tanti altri brani che nel periodo natalizio sentiamo continuamente e dappertutto. Bellissime, davvero. Ma, perdonateci, preferiamo decisamente sentire, nelle nostre strade, Tu scendi dalle stelle o meglio ancora Adeste Fideles e Quanno Nascette Ninno. Per non dimenticare questi brani e per ricordare che il Natale è questo e non le canzoncine 'mericane.....










giovedì 23 novembre 2017

XVI COMMEMOMORAZIONE DEL GEN. JOSE' BORGES



SANTE MARIE: Anche quest’anno a Sante Marie, piccolo comune in provincia di Aquila (per noi, provincia di Abruzzo Ulteriore II, distretto di Avezzano, circondario di Tagliacozzo) a pochi chilometri dal confine con il Lazio, ricorderemo l’eroico sacrificio del Generale carlista José Borgés (in catalano Giosép Borgés).
La recente scomparsa, la mattina del giorno del suo 91° compleanno, dell'ideatore di questa commemorazione, il comm. Giovanni Salemi, renderà unica questa edizione, nel suo ricordo continueremo a seguire la rotta da Lui tracciata.
Pochi giorni prima, sabato 2 dicembre, presso il Duomo di Capua, alle ore 18,00 verrà celebrata la Messa di trigesimo per il nostro "Comandante".

una foto della scorsa edizione, presso la "Casina Mastroddi", durante la benedizione del Cippo

Giovanni Salemi, José Borgés, due uomini vissuti in epoche differenti ma accomunati da un comune sentire: gli stessi valori, lo stesso senso dell'onore, il loro "essere militari", la fedeltà al Re legittimo, l'amore per la Patria.

Appuntamento quindi per il giorno 7 ed 8 dicembre nella splendida Terra d'Abruzzi.




Il cielo